Riportiamo qui di seguito alcuni passaggi della recensione di MATTEO CRIMELLA al testo curato da LUIGI CATTANI del Commento all’Esodo di Rashi di Troyes, da noi pubblicato nella primavera di quest’anno (2026).
Con la traduzione del Commento all’Esodo, Luigi Cattani ha portato a compimento un’opera iniziata quarant’anni fa, rendendo disponibile in lingua italiana i commenti alla Torah di Rashi di Troyes. Fu Marietti a pubblicare Genesi (1985), Deuteronomio (2006), Numeri (2009) e Levitico (2014). In quella serie esisteva già una versione del Commento all’Esodo (a cura di S.J. Sierra, del 1988); Cattani ha chiuso il cerchio, forte della sua notevole arguzia filologica, come pure della sua lunga frequentazione del maggiore commentatore ebreo medievale.
Questa nuova edizione di Cattani si apre con una ricca introduzione nella quale l’ebraista dà conto dell’ampia discussione critica a proposito di Rashi, per offrire una serie di chiavi interpretative a proposito del Commento all’Esodo. Segue la versione sia del libro biblico, come del commento del maestro medievale, con ampie, preziose e qualche volta decisive note per comprendere il denso testo di Rashi; non mancano nemmeno riferimenti a studi contemporanei, così che la discussione critica è valorizzata e affrontata in modo adeguato. Al termine, oltre alla bibliografia, v’è un glossario essenziale ma utile, l’indice delle fonti ebraiche e l’indice dei termini francesi medievali utilizzati da Rashi. […]
Rashi, commentando l’intera Torah, ha realizzato una strettissima connessione fra Torah scritta e Torah orale, realizzando l’ideale rabbinico di leggere la Scrittura alla luce della Tradizione. Qual è dunque l’originalità del maestro di Troyes? Egli condivide con gli altri maestri «la fede nel “mistero” della Sacra Scrittura, che essendo Parola di Dio eccede qualsiasi interpretazione, sicché ogni testo possiede infiniti significati» (p. 25). Celebre è l’immagine del “martello che frantuma la roccia”, immagine che ritorna anche nel Commento all’Esodo: «Perciò io affermo che il testo della Scrittura deve essere definito in accordo con la sua formulazione letterale, “ogni parola spiegata secondo la sua collocazione”. Quanto all’interpretazione midrashica, essa è legittima, perché è detto: La mia parola non è forse come il fuoco – oracolo del Signore – e come un martello che frantuma la roccia? (Ger 23,29) – da essa si dipartono molte scintille» (6,9, p. 94). In altre parole, la molteplicità di sensi della Scrittura si fonda sull’esegesi tradizionale, così che emergono con una certa frequenza “doppi commenti” ad un testo: uno tratto da fonti rabbiniche e l’altro dedicato all’analisi della formulazione letterale del testo. […]
Secondo Cattani le molte tematiche del libro biblico sono unificate nel «viaggio di Dio alla ricerca del suo popolo» (33). In altre parole, la prospettiva dell’Esodo è rigorosamente teocentrica: è la Shekinah di Dio, la sua Dimora in seno a Israele, che esce dal suo silenzio, durato nel tempo della schiavitù e si rivela come dono a Mosè. Dio è colui che rivela il suo nome partecipando all’esilio del suo popolo. Sicché la vicenda della liberazione deve essere letta come la rivelazione dell’unico Signore contro l’arroganza dell’idolatria e dei servitori del male.