Lo scorso 19 marzo a Villa Pamphilj a Roma si è celebrata la cerimonia della Giornata dei Giusti dell’Umanità, promossa dalla Fondazione Gardens of the Righteous Worldwide (Gariwo), che ha visto la commemorazione, tra i nuovi Giusti dell’Umanità, di Antonietta Benni. In suo onore è stato piantato un albero di ulivo e posta una targa. Era presente per Zikkaron suor Giuseppina che ha tenuto un discorso commemorativo che di seguito riportiamo.
La storia di Antonietta Benni è intrecciata a quella di Monte Sole-Marzabotto, dove lei è vissuta nel tempo degli eccidi sperimentandone tutta la violenza, e dove lei è ritornata alla fine della guerra scegliendo con forza di non far prevalere tutto il male che era accaduto, ma di portarvi del bene, costruendo strade di vita e di cura.
Gli eccidi di Monte Sole, la più grande strage nazifascista di civili in Europa occidentale: dal 29 settembre al 5 ottobre 1944, 115 le località nei Comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno che furono luogo di sterminio, 770 morti di cui più di 300 donne e più di 200 bambini, una intera comunità contadina trucidata con premeditata determinazione dall’esercito nazista (le SS della 16° Divisione Corazzata Granatieri al comando del maggiore Walter Reder).
Non fu rappresaglia, fu un massacro frutto di un deliberato piano di sterminio. Con la liberazione di Roma il 4 giugno e l’avanzata degli Alleati, questo tratto dell’Appennino bolognese era diventato l’ultimo baluardo su cui difendere le zone occupate. Mentre la lotta ai partigiani si faceva sempre più cruenta, i nazisti rispondevano con la politica della terra bruciata, compresa la violenza diretta contro i civili, tutti potenziali nemici.
Antonietta Benni nasce alla fine dell’800 a Bologna, e nel 1930 è già in questi luoghi: maestra d’asilo e consacrata nella Compagnia di sant’Orsola, sceglie di fare dell’educazione dei bambini la passione e la missione di una vita. Prima a Cerpiano una piccola località isolata sui monti nel bosco, dove i bambini non avevano l’istruzione necessaria, e dove nessun istituto religioso osava salire; poi con l’inverno l’asilo tornò a valle a Gardeletta dove nella crisi economica degli anni ’30, la diaconia di Antonietta si estese ad ogni casa. I bimbi dell’asilo di quegli anni saranno poi tra le vittime dell’eccidio, tra i pochi superstiti, tra gli uomini e le donne della Resistenza.
All’avvicinarsi del fronte nel ’43 l’asilo torna di nuovo su a Cerpiano, nell’illusione di trovarvi un rifugio sicuro. Ma Cerpiano diventerà proprio il luogo in cui la strage travolge tutto: le truppe naziste, le SS al comando del maggiore Walter Reder, accerchiano la collina di Monte Sole uccidendo tutti i civili che incontrano, per lo più donne, vecchi e bambini, che si sentivano protetti proprio dal loro essere inermi, mentre gli uomini e i partigiani della Stella Rossa erano sui monti.
Antonietta Benni sarà, insieme a due bambini, l’unica adulta superstite e principale testimone dell’eccidio nell’oratorio accanto all’asilo, dove muoiono 46 persone, tra cui 15 bambini dell’asilo e della scuola, e le altre maestre. Così racconta nella relazione al vicesindaco Silvano Bonetti nel ‘47: Ci intimarono di entrare nell’oratorio dicendo: ‘Qui voi tutti partigiani’! (eravamo tutte donne, bambini da uno a 13 anni, e due uomini invalidi… questi erano i partigiani) … Ci chiusero dentro… poi cominciarono a buttar dentro bombe… Rimanemmo tutto il giorno 29 fino alla sera del 30 senza poter fuggire… Mentre nell’oratorio si soffriva e si moriva, nel Palazzo gozzovigliavano mangiando, bevendo e suonando l’armonium… Otto giorni dopo ce li vedemmo di nuovo comparire… e le poche donne giovani… dovettero subire l’onta di gravissimi insulti” [1]. Antonietta fin da subito ha il coraggio di raccontare quanto accaduto, l’eccidio nell’oratorio e le successive violenze alle donne, lei compresa.
La forza di tornare. Quando il 21 aprile del ‘45 gli Alleati liberano Bologna, per i pochi superstiti della strage risultava impossibile tornare a vivere sui monti, riprendere la vita in un luogo di morte; invece, Antonietta ha la forza di tornare, tornare a vivere nel luogo dove ha vissuto un tale dolore e un tale trauma[2]. Sceglie di restare, nonostante tutto. “La mia casa è qui”[3], dice a chi le chiede come fa a tornare, dopo tutto quello che ha patito. E in effetti Antonietta per tutta la vita si porterà dentro le ferite della violenza della strage, è una donna tormentata, insonnia e incubi non la lasceranno mai. Ma sarà lei, in quegli anni difficili del dopoguerra, in solitudine, il perno della ripresa, punto di riferimento di tutta la comunità, civile e religiosa. Rimase sempre lì, radicata a quella terra sulla riva del fiume, in mezzo alla sua gente, fino alla morte il 28 maggio 1974 investita da un motorino mentre andava in chiesa all’ora del vespro. Nel ricordino funebre c’è scritto: “Tutti l’amarono, perché seppe dimenticare sé stessa per il bene degli altri”. E nel piccolo camposanto de La Quercia è incisa la frase: “Dedicò la sua vita ai bambini” con il versetto di Luca evangelista: “Chi accoglie un fanciullo nel mio nome accoglie me”[4].
La giustizia e il perdono. La storia di Antonietta Benni è intrecciata anche al cammino della giustizia, a quello del perdono e al rapporto tra il perdono e la giustizia. Fu una testimone chiave del processo del ‘51 a Bologna a Walter Reder; e dopo la sua morte le sue testimonianze ebbero un ruolo chiave nella successiva stagione processuale conclusasi nel 2008 (nella città di La Spezia) per i crimini nazisti di guerra in Italia.
Antonietta davanti all’imputato Reder ripercorre l’eccidio di Cerpiano tenendo testa alle repliche dell’imputato e della sua difesa; poi dopo due giorni si ripresenta per un’altra udienza, a porte chiuse, in cui racconta le violenze sessuali subite da alcune giovani donne e da lei stessa.
Le parole per raccontare lo stupro cambiano nel corso del tempo[5]. Nel memoriale del ‘45 è un gravissimo insulto: una violenza indicibile, un’offesa all’onore personale, famigliare e nazionale prima che una ferita al corpo e all’anima della donna. Poi nei verbali del processo le parole sono più esplicite: Gli ufficiali di quel reparto con minacce e a mano armata abusarono sia di me che di altre donne rifugiate nei locali dello stesso asilo.
È un racconto sempre molto difficile, anche oggi, tanto più in quel tempo, in quel contesto, e lei è una donna semplice, ed è una donna consacrata. E lo stupro era considerato a malapena un reato nelle sentenze per crimini di guerra (tanto che Reder neanche si difende da queste accuse, si sa, ci sta, in guerra!) e in Italia fino al 1996 il reato di violenza sessuale era tipizzato come delitto contro la moralità pubblica e il buoncostume, e non contro la persona. Antonietta però ha il coraggio di dirlo apertamente, mentre tante volte è rimasto una violenza taciuta.
Infine, la questione del perdono a Walter Reder: quando nel 1967 Reder dal carcere di Gaeta dove sconta l’ergastolo, scrive al sindaco di Marzabotto chiedendo il perdono, nella speranza di ottenere la grazia dal Presidente della Repubblica e si indice un referendum tra i superstiti e i famigliari delle vittime per esprimersi, Antonietta scrive al sindaco una lettera: Non ho mai nutrito verso Reder e suoi, sentimenti contrari alla mia fede cristiana. Grata a Dio di essere scampata viva… dai cadaveri dell’Oratorio di Cerpiano, ho dichiarato in tribunale la verità sui fatti… contribuendo a far sì che la giustizia si sia pronunciata… con la condanna all’ergastolo a Reder. Anche se… io come cristiana gli avevo perdonato… questo mio sentimento non mi ha impedito di desiderare, come desidero, che una giusta punizione sia data al Reder, non per volere male a lui, ma perché a lui venga il bene che sempre proviene da una giusta misura di giustizia, intesa almeno a ottenere che egli o altri, per timore della meritata punizione, non osino più violare i diritti dell’umanità e del popolo. A mio avviso Reder è un evidente colpevole, e dovrà scontare ciò che la giustizia umana gli ha inflitto. Poi scrive alla nipote Maria: Perdono cristiano sì, grazia, no. Perdono cristiano sì, perché ogni cristiano ha da Cristo l’esplicito ordine di perdonare, e se qualcuno non perdona, diventa in fondo come Reder: cioè, odia, e l’odio porta a fare quello che ha fatto lui. Quindi perdono morale sì, grazia, no…
Le parole sul perdono. Le parole di Antonietta sul perdono lasciano il segno negli altri superstiti, che matureranno anch’essi con percorsi diversi, un perdono esplicito. Per loro è chiaro che perdonare non implica una rinunzia alla giustizia[6], e che non c’è contrapposizione tra memoria e perdono: Francesco Pirini, che fu suo alunno a Cerpiano, prima raccontava tutta la storia fino alle lacrime con tutti i particolari, perché “bisognava” sapere per non ricaderci più, poi diceva: Però io perdono! Per me la cosa più importante è aver perdonato: senza di questo, cosa insegnerei ai ragazzi?[7]
In Antonietta l’amore per i bambini e il perdono al suo carnefice sono stati più forti del male ricevuto: a Cerpiano, a Monte Sole il male non ha vinto, la forza del bene, la forza di non odiare, è stata più grande della violenza subita. Antonietta, e dopo di lei tutti i superstiti di Montesole in questi anni ci hanno insegnato con grande sofferenza la via del perdono perché, se non si perdona si odia, e se si odia si è come Reder e come Reder si può fare le stesse cose!
Suor Giuseppina, Comunità di Montesole
[1] Relazione dei fatti successi a Cerpiano il 29/9/44 al vicesindaco di Marzabotto, Silvano Bonetti, 5 maggio 1947.
[2] Don Luciano Gherardi, nel libro Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri tra Setta e Reno, scrive: Le 33 ore di sofferenza inenarrabile trascorse nell’oratorio di Cerpiano matureranno in lei la coscienza di appartenere in vita e in morte al piccolo resto del suo popolo
[3] E La mia casa è qui, è il titolo di un libro pubblicato nel 2024 dalla casa editrice Zikkaron di Bologna, a cura di Beatrice Orlandini e Angelo Baldassarri, in occasione proprio dell’ottantesimo degli eccidi.
[4] Vedi Luciano Gherardi, op. cit., 82.
[5] Vedi su questo argomento Orlandini-Baldassarri, La mia casa è qui, op.cit., e Cinzia Venturoli Le donne di Monte Sole, in Luciano Gherardi. Un presbitero della Chiesa bolognese negli snodi civili ed ecclesiali del Novecento, Atti dei convegni di Bologna e Marzabotto 2019, Zikkaron, Bologna 2019.
[6] Cf. Paolo Barabino, Il difficile perdono, in Luciano Gherardi. Un presbitero della Chiesa bolognese, op. cit.
