È così che ha vissuto Antonietta Benni, «in mezzo alla Sua gente», nell’Appennino bolognese, a Cerpiano e a Gardeletta. Antonietta è la maestra dell’asilo di Cerpiano, nei pressi di Monte Sole, è testimone e superstite dell’eccidio nazifascista che lì avvenne il 29 e il 30 settembre 1944. È proprio in quei luoghi che decide di tornare a vivere e ad esercitare il suo apostolato dopo la guerra, come maestra dell’asilo di Gardeletta, nella valle del torrente Setta.

La sua scelta è quella di restare, nonostante tutto. È il desiderarsi solo lì e non altrove. Non è un attaccamento sterile o nostalgico il suo, ma è il segno di un legame profondo con i luoghi e la gente che li abita, perché siamo anche i luoghi che abitiamo. Forse per lei è stata una scelta ovvia, dalla quale traspare però molta tenacia e forza. Potremo dire che Antonietta appare forte come una quercia e, con la stessa resistenza e solidità di una quercia, ha cercato di ricrescere e conservarsi proprio in quei luoghi in cui altri hanno sradicato e tranciato vite.

I nostri autori, Beatrice Orlandini e Angelo Baldassarri, hanno da poco ultimato il volume La mia casa è qui, già disponibile in libreria e on line, nel quale ricostruiscono la vita di Antonietta Benni. Ricostruire una vita e narrarla significa darle voce e tenerla viva nella memoria. E dare voce a coloro che vivevano nelle zone intorno a Monte Sole vuol dire farci scorgere la semplicità e l’autenticità delle loro esistenze, le dinamiche di male e di violenza che in modo improvviso, inaspettato e casuale irrompono spezzando le loro vite, e accompagnarci dentro le scelte del dopo, del vivere malgrado tutto.

Il loro testo è frutto di un lavoro di scavo e di raccolta di materiali, che ricorre a fonti inedite e che inserisce la vicenda di Antonietta all’interno di un più ampio contesto storico. In una sua poesia Franco Arminio dice: «parla quando senti che la tua voce / è rotta da un pacatissimo sgomento». Il racconto dei nostri autori non è una semplice e fredda esposizione dei fatti: nella loro voce, nelle loro parole si percepisce quel «pacatissimo sgomento» che si ha davanti all’immane, all’indicibile, nei momenti topici dell’esistenza di Antonietta.