Lo Smiley, una nuova lingua?

Lo Smiley

Forse uno si chiederà cosa c’entrano le emoticon con l’ebraico e perché uno ci scriva sopra un post. Il lettore paziente riceverà la risposta durante questo articolo. Intanto vediamo qual è  il problema.

La prima volta che ho visto una emoticon non l’ho capita. Era ancora scritta con i segni di punteggiatura  : – )

Ora che sono disegnate e colorate è più facile capirle. Anche se confesso di non essere andato molto più in là della prima volta …

In questo post cercheremo di rispondere alla domanda: le emoticon sono un linguaggio artificiale o una lingua? Direte: che differenza fa. La differenza c’è ed è sostanziale.

L’uso delle emoticon è nato nelle prime email. Sostanzialmente non era altro che un ampliamento della punteggiatura non solo dal punto di vista visivo, ma anche di significato. In fondo non c’era molto differenza tra usare una smiley oppure tre punti esclamativi!!!

Già con l’avvento delle prime emoticon disegnate, allegate come un jpg alla mail, si è iniziata a vedere la differenza.

Presto da segni di punteggiatura sono diventate un vero e proprio linguaggio artificiale, con una gamma sufficiente di significati rappresentabili. Il fenomeno è esploso come è noto con i social: risposte ai post nei blog, su Facebook, su Instagram hanno iniziato a moltiplicare senza limiti queste apparentemente poco importanti iconcine.

Ma ancora si doveva parlare di linguaggio artificiale, non di lingua. La differenza è che un linguaggio artificiale rappresenta mediante una serie di simboli predeterminati e fissi il concetto che si vuole trasmettere. Tipici per esempio sono i linguaggio dei computer,  come il java o il visual basic, in cui a una istruzione corrisponde un determinato risultato.

La lingua invece fa uso dei simboli senza sostanzialmente alcun vincolo, non è ristretta al contesto iniziale in cui nasce: quindi muta, cresce, muore a seconda dell’uso che ne fanno gli esseri umani. Lo stesso simbolo impiegato in una determinata lingua può quindi assumere significati differenti a seconda dell’uso. Pensa un minuto a “un minuto”. Nel linguaggio artificiale significa “60 secondi”, per te che pensi in una determinata lingua è un periodo di tempo relativamente breve e il tuo minuto è certo diverso dal mio (per il quale dura circa 5 secondi e poi perdo la pazienza).

Le emoticon sono passate dal rango di linguaggio a quello di lingua quando hanno perduto il contatto con il contesto in cui sono nate.

Ora molti dei (pochi) lettori di questo blog faranno uso delle emoticon come un linguaggio, ma avranno anche assistito al suo evolversi in lingua.

Quando per esempio un cartellone pubblicitario ti mostra una carota e di fianco una faccetta sorridente il significato non è tradotto in italiano: “Carota, sorriso”, ma “La carota è buona” (ovviamente sottinteso “la carota che ti vendiamo noi …”).

In termini linguistici si è passati da una esclamazione a una proposizione nominale, la faccetta sorridente non è più un elemento statico (sostantivo) ma uno dinamico (predicato).

Ora è chiaro che non siamo ancora di fronte a una lingua evoluta. In una lingua evoluta ci sono dei meccanismi capaci di realizzare questo mutamento sintattico in modo preciso, ad es. in italiano esistono delle regole morfologiche che ti consentono di creare un verbo da un sostantivo cambiando la desinenza e così da “gioco” fai  “giocare”, da “cammino” fai “camminare”, con qualche eccezione come (temo) “lettura” che fa “dormire” …

Eppure anche se non esistono, che io sappia, ancora delle regole per utilizzare una emoticon come aggettivo, come sostantivo, come avverbio oppure come verbo, già gli esempi che si incontrano sui social sono sufficienti per capire che è possibile e quindi che le emoticon vengono a formare una lingua vera e propria che io preferisco chiamare Smiley in base al nome della prima, più famosa e più usata emoticon.

Altra caratteristica di una lingua, che la distingua da un linguaggio artificiale, è la possibilità, anzi la inevitabilità della creazione di dialetti. E di fatto abbiamo già le angloemoticon, le sinoemoticon, le coreometicon ecc. con le loro distinzioni e anche con i loro nomi particolari. Quindi per esempio la variante giapponese dello Smiley si chiama kaomoji.

Un’altra caratteristica peculiare delle lingue è quella di poter passare dallo scritto al parlato e viceversa. E di fatto è nato l’emotisound nel quale a una determinata iconcina corrisponde un suono.

Ideogrammi o alfabeto

Ecco che il lettore paziente è arrivato al punto in cui si spiega l’importanza dello studio dell’ebraico per capire le emoticon.

Il punto è: i segni che sono impiegati nello Smiley saranno usati come ideogrammi o viceversa diverranno un alfabeto?

Il primo sistema è quello usato in cinese e quindi conosciuto da uno o due miliardi di persone, non le ho mai contate tutte con precisione 🙂.

Quindi si deve presupporre che sia un sistema alquanto efficace.

Il secondo però è quello che conosciamo noi: in italiano, in inglese, in arabo o in persiano, cioè l’alfabeto. Consiste nel prendere un simbolo e associarlo a un suono. Si chiama “alfabeto” appunto dal nome delle prime due lettere. “Alfa” è una parola aramaica, poi passata al greco, che significava in protosemitico: “toro, bue”. In ebraico antico si chiamava Alef e in questa lingua si capisce bene il significato originale perché si distinguono chiaramente le corna del toro:

Lo stesso per la “beta” che significa “casa” e così per tutte le altre lettere.

Le emoticon diverranno lettere? È difficile dirlo, ma non lo si può escludere. Una differenza sostanziale tra l’ideogramma e la lettera è che quest’ultima può mutare molto facilmente. Basta appunto che confronti la alef ebraica del VI sec. a.C. che ti abbiamo fatto vedere con la nostra “A” che non solo ha cambiato direzione ma è anche divenuta da consonante vocale.

Può sembrare una discussione sul sesso degli angeli. Invece è essenziale: gli ideogrammi cinesi sono in grado di rappresentare una sola lingua. L’alfabeto molte, o forse moltissime lingue.

Esaminando lo sviluppo dello Smiley si può ritenere, a mio parere, che entrambi i sistemi avranno successo: da una parte la creazione di migliaia di ideogrammi, dall’altra l’emergere di 20 o 30 emoticon preferite che acquisteranno un valore aggiunto, quello che hanno le lettere.

Lo Smiley una lingua

Lo Smiley è quindi una lingua. È inutile però entrare nel panico per il solo fatto che noi non la conosciamo, mentre i nostri figli e nipoti sì.

A parte il fatto che ancora per i prossimi trent’anni non ci saranno problemi di comunicazione tra italofoni e smileyfoni – e quindi uno vecchio come me può anche stare tranquillo – anche il giorno in cui lo Smiley diventerà la lingua madre di qualcuno che non sarà più in grado di leggere e scrivere l’italiano si potrà affrontare questo problema come qualsiasi altra lingua a noi non conosciuta.

Il valore dello Smiley

Ma a noi cosa interessa allora?

Il primo motivo è la questione dialettale, di cui ti ho parlato ma che probabilmente hai letto con una certa noncuranza.

Se lo Smiley non è identico in tutto il mondo coloro che detengono le diverse varianti lotteranno per imporre la propria. Lotteranno? Sarà una guerra feroce.

Pensa per un attimo che cosa succederebbe se Facebook, per fare un esempio, cambiasse d’improvviso le emoticon: tutte le faccine che hai messo o ricevuto sul tuo account muterebbero d’improvviso e tu come uno accecato da un lampo improvviso non capiresti più se e cosa ti hanno detto i tuoi amici con i loro occhiolini strizzati a destra o a sinistra o con gli yen al posto al posto del dollaro: ti fanno i complimenti o ti mandano a quel paese? Questo moltiplicato semplicemente per due miliardi di utenti di Facebook!

Detenere quelle faccine colorate che sembrano non valere nulla è detenere i clienti di servizi come Whatsapp, solo per dirne un altro, che non cambieranno mai per un servizio di messaggistica che ha le faccette al contrario.

Non mi credi? Prova a pensare se uno ti offrisse un servizio di posta migliore di Gmail, ma scritto solo in cirillico. Accetteresti?

È già stato detto da molti che i dati sono il nuovo “oro nero”, ma in verità lo Smiley sarà un bene ancora più prezioso, quanto una lingua vale più dei libri scritti con essa.

Tieni conto che è una moneta transnazionale. Una ragazza eritrea che ha vissuto in Italia, studia negli States ed è fidanzata con un messicano mette i suoi post visuali e riceve risposte in Smiley da tutte queste nazioni e probabilmente da diverse altre. Difficile trovare un’altra moneta così efficace.

Di chi è il futuro?

Diventa importante quindi sapere chi possederà lo Smiley. Ovviamente “nessuno”, come nessuno possiede l’italiano. Nessuna istituzione nazionale o sovranazionale sarà in grado di dominarlo completamente perché una lingua si crea nei campi di calcio, nei crocicchi della strada, nelle stanze più intime.

Neppure i detentori di oggi che come abbiamo detto si faranno guerra per dominarlo.

Se infatti continuiamo sull’esempio dell’ebraico, passando da quello antico a quello moderno, possiamo rivelarti che in Israele sussiste una rigorosa Accademia della lingua che forgia quotidianamente termini a tavolino, ma la lingua è poi di fatto forgiata sulla strada.

Detto questo va però detto subito il suo contrario e cioè che vi saranno alcuni che possederanno lo Smiley meglio degli altri, come alcuni scrivono in italiano meglio di altri. Non tutti raggiungono un livello di padronanza della lingua che consente loro di diventare professori, avvocati o giornalisti, alcuni sì. Loro sarà la lingua e quindi il dominio della cultura.

Chi saranno? Certo non lo so, ma una cosa so: oggi hanno sedici anni. Fra trent’anni saranno ai vertici del potere, saranno madri e padri, saranno educatori/trici e avranno fondato nuove case editrici dopo avere rottamato (ahimè) le nostre.

Loro è il futuro. Invidia? E di che? Nostro è il presente! Di più: loro non avranno il futuro senza di noi, perché certo loro avranno e hanno in parte già le risposte, ma noi conosciamo le domande.

Cosa intendo dire? I ragazzi di sedici anni sanno capire le varie faccine che compaiono qua e là ormai dappertutto e probabilmente anche il loro ordine, numero, colore, dimensione. Io no. Ma io so interrogare una lingua, loro no. Conosco il passato, loro no. So quali domande si devono porre e come e quando.

Il futuro quindi non sarà di tutti quelli che hanno sedici anni oggi, ma solo di quelli tra loro sapranno imparare da chi è nato prima di loro che cosa si può e che cosa si deve chiedere a una lingua.

Giovanni Lenzi

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