Monchanin. Ricondurre in Cristo tutte le cose

 

Jules Monchanin

Ricondurre in Cristo tutte le cose

Testamento di Rabat

a cura di Yann Vagneux

Traduzione di Rodolfo Monzali


a Zoulika e a quanti vegliano in terra islamica,

alle figlie spirituali di Madre Véronique


Introduzione

Inizi di gennaio del 1947. Prima di tornare in India, al termine di un breve ritorno in Francia, padre Monchanin attraversa il Mediterraneo per visitare per l’ultima volta alcune sue “figlie spirituali” di cui ha accompagnato la nascita della vocazione in terra islamica. La prima tappa del viaggio è Souissi, sobborgo di Rabat in Marocco, dove lo attende madre Véronique del Volto Santo. Il sacerdote e la sua discepola non si sono rivisti da 14 anni.

Siamo nella ottava dell’Epifania e, come uno dei re magi, Monchanin giunge dalle terre d’Oriente. I sette anni trascorsi in India gli hanno permesso di incarnare quella vocazione per la quale è andato via da “quella Lione degli anni ’30, così ricca di maestri e uomini capaci di ridestare le anime, straordinario crocevia delle culture europee e asiatiche” in cui egli “ha svolto per molti un ruolo unico di catalizzatore e di scopritore di vocazioni” [1].

Per tre giorni, resterà nel convento delle Clarisse ricevendone l’amicizia e la comprensione e offrendo loro, in cambio, la sua parola tanto attesa.

In occasione del primo discorso in parlatorio, fuori dalla clausura, Monchanin parla della sua vita in India tra i contadini del Tamil impastoiati nei loro conflitti di casta. Per madre Véronique e la sua priora, suor Christilla [2], che lo avevano conosciuto durante il periodo lionese in cui ciascuno voleva accaparrarsi quel brillante conferenziere, il contrasto poteva apparire sconcertante. Eppure la medesima passione spirituale arde ancora nello spirito di questo sacerdote e il racconto della vita quotidiana in India è presto seguito da considerazioni sull’abisso che separa l’hinduismo dal cristianesimo.

Poi il pensiero si eleva verso il fascino sempre crescente che esercita la novità trinitaria e, da qui, diventa grande meraviglia di fronte alla missione della Chiesa chiamata alla pienezza di Cristo. Parrebbe anzi che la ristrettezza della vita da oscuro cappellano in India abbia dilatato ulteriormente la comprensione che aveva Monchanin del mistero rivelato. Qualche decina d’anni dopo madre Véronique avrebbe riferito un’altra frase che le era stata confidata in quelle giornate:

“Devo scusarmi per non aver fatto abbastanza per farvi toccare con mano e capire la Chiesa. Bisogna stare in India per sapere cosa è la Chiesa. Quanti stanno in Europa e vivono di essa non sanno la bellezza e il valore di ciò che hanno. Occorre stare lontani per saperlo” [3].

Il giorno seguente, con il permesso del vescovo, lui, che le sorelle affettuosamente chiamano lo swāmi [4] può entrare in clausura e qui s’instaura una nuova vicinanza. Monchanin rivela con generosità la visione che da anni gli è presente, e nella quale teologia, filosofia e mistica sono legate inseparabilmente. A queste religiose cristiane che vegliano nel cuore dell’Islam, lui parla della loro vocazione contemplativa e missionaria al tempo stesso – vocazione di sostituzione e di corredenzione nei confronti dei popoli a cui loro sono consacrate. Ismaele, da lui amato da sempre come una spiga che [nel suo personale raccolto] si aggiunge a quella dell’India, è descritto nella sua vocazione unica di cherubino la cui spada custodirà per sempre la Trascendenza divina. E’ questo “sur-islam” [5] quello che le sorelle sono chiamate a prefigurare nella speranza e in modo pienamente cattolico, assumendo, purificando e trasfigurando tutti i doni che lo Spirito ha elargito a questa insigne civiltà nata nei deserti d’Arabia.

Giunge poi il momento di salutarsi. Il sacerdote sta all’altare, nel coro, avvolto dalle preghiere delle Clarisse e girato verso Oriente. Parole, riti e vita diventano un tutt’uno nel mistero della grande partenza che si compie nell’Eucaristia e nel quale “la tristezza del Venerdì Santo viene transustanziata nella gioia pasquale”. Tutto si condensa, come in un testamento, in una autentica effusione dello Spirito che è “il Fuoco, l’ardore, la fiamma divorante”. Al medesimo Spirito il sacerdote affida queste donne che non vedrà mai più, sapendo che anche per lui è bene che se ne vada (Gv 16,7). Ma prima di rientrare nel silenzio, offre un’ ultima confidenza: “Il valore di una vita è il suo peso di adorazione”. A questo punto non c’è più bisogno di parole perché, alla luce delle Tre Persone, tutti sono diventati intimi l’uno all’altro. Conta solo il definitivo compimento nella “fedeltà al monotono camminare per un deserto riarso” [6].

Questo è il trittico che noi offriamo in queste pagine rimaste finora in gran parte inedite [7]. Eppure esse offrono una magnifica visione panoramica del pensiero di padre Monchanin dieci anni prima della sua morte nel 1957, agli albori della fondazione indiana dello Shantivanam Ashram insieme con il benedettino bretone padre Henri Le Saux (1910-1973), nel 1950. Per collocare questi testi in un orizzonte prospettico insieme con altri approfondimenti, li abbiamo annotati, in riferimento a studi più ampi [8]. Al di là di ciò che il tempo abbia potuto rendere obsoleto in questa o quella considerazione teologica, il lettore incontrerà qui tutto il respiro possente dell’ammirevole generazione del 1930, che grazie a figure come Monchanin, de Lubac, Daniélou ma anche Teilhard de Chardin, Massignon, Mounier e molti altri, ha preparato a Lione come in Francia, i determinanti passi in avanti del Vaticano II – passi in avanti che, per molti versi, restano ancora a livello di profezie incompiute. Soprattutto queste parole, riprodotte fedelmente dalle Clarisse di Rabat [9], permetteranno di verificare la giustezza di ciò che diceva Henri de Lubac a madre Véronique nel 1942: “Se la Francia e l’Europa avessero saputo che cosa rappresentava padre Monchanin, non l’avrebbero mai lasciato partire alla volta dell’India, perché in ogni generazione abbiamo forse due o tre menti di questo valore e capacità, e ne avevamo tanto bisogno”.

Yann Vagneux

Benares, ‘Idul Adha 2015

Parole dello Swāmi alla comunità, 13 Gennaio 1947

Che emozione, che gioia ritrovarvi. Non dico trovare, ma ritrovare. Non eravate delle sconosciute, per me; da tanto tempo vi portavo nella mia preghiera [10].

Vedendovi qui, ho la sensazione di qualcosa che ho ritrovato, come di uno spirito.

Il colloquio di stasera sarà una specie di testimonianza. L’io è detestabile. Ma so che desiderate sapere cosa ho fatto e da dove vengo. Perciò, in tutta semplicità, come un fratello alle sue sorelle, proverò a dirvi cosa ho fatto … o non ho fatto in India.

Grosso modo, sono là dal 1939 (sono partito il 5 maggio 1939). Un po’ più di sette anni. Il 13 agosto 1946 mi sono imbarcato con il mio vescovo per l’Europa [11].

Un periodo di sette anni permette di fare il punto, è abbastanza lungo per fare il punto – ma non abbastanza per mettere radici (se si vivesse troppo a lungo, gli alberi nasconderebbero la foresta).

Da sempre mi sono sentito attratto dall’India. Se si facesse la storia di una vocazione come la mia, si troverebbero radici fin nella prima infanzia. Innanzitutto si tratta di capire dei segni sfuggiti allo sguardo. Questo nella mistica esiste. Come nella concezione del tempo di Heidegger: è il futuro che traina il presente, il passato … Così, c’è sempre stata in me un’attrazione verso l’India, qualcosa di “congenito”. All’inizio, era soprattutto intellettuale: non si era incarnata in una vocazione specifica [12].

Se non fosse stato per certi incontri voluti da Dio, la mia vita si sarebbe svolta in modo piatto, senza uno sviluppo, senza una realizzazione.

Il compimento di un destino è sempre un grande mistero. Le grazie che si sono ricevute sono legate a molte altre. Ci sono grazie che, incarnate, muovono le anime dal piano intellettuale al piano della vita vissuta.

Nel 1928, nella parrocchia di Notre-Dame di Saint-Alban (Lione) ho avuto occasione di conoscere padre Boland, fondatore, cofondatore insieme con padre Lebbe, della Société des Auxiliaires des Missions [13]. Nelle nostre conversazioni, nel 1929-30, abbiamo scoperto che le nostre vocazioni missionarie combaciavano: lo stesso desiderio di dono di se stessi a un popolo, a una terra non ancora cristianizzata, nella completa lealtà e umiltà del servizio.

Conoscete sicuramente il ruolo che ha svolto nell’apostolato cinese padre Lebbe, quell’ometto, pieno di humour e vivacità, la cui vita è stata interamente orientata verso la Cina. Per lungo tempo si è ribellato all’idea della Cina. In seminario si rallegrava di avere una malattia dicendo a se stesso: “Non partirò per la Cina!”. Tutta la sua vita è stata una sorprendente realizzazione della parola del Signore a San Pietro: “Quando eri giovane, ti cingevi e andavi dove volevi. Quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti” (Gv 21,18).

Quando è arrivato in Cina, è stato colpito dall’aspetto degli edifici della Missione europea, che stonavano con quelli circostanti: “Non è così che si convertirà la Cina!”. Già aveva avvertito che non aveva lo stesso spirito. Eppure c’erano lì sacerdoti di gran valore. E’ vissuto lì, da persona di poco conto, non osando credere in se stesso. Una suora gli ha rivelato la sua via, gli ha dato fiducia in se stesso …

Padre Lebbe è partito per un po’ di tempo per l’Europa per assistere gli studenti cinesi [14]. Ha detto: “Morirò felice se potrò baciare l’anello del secondo vescovo della Cina” (c’era stato, nel 1700, un primo vescovo cinese [15], come al tempo dei portoghesi c’era stato un primo vescovo africano [16]). Desiderava fortemente che ci fosse un episcopato cinese. Oggigiorno l’episcopato autoctono ci sembra del tutto naturale. Ma, a quel tempo, gli dicevano: “I tempi non sono maturi” (si dice sempre così: “i tempi non sono maturi!”) – “Caro Padre, Lei fa un sacco di bene agli studenti in Europa, rimanga qui!”.

Era di quelli per cui la terra della vocazione è più cara della terra natia. È normale.

Ha atteso pazientemente. Un giorno, ha incontrato un uomo, grande pescatore di uomini, fine psicologo, pur essendo cardinale: il cardinale Mercier [17]. Quest’uomo era carico di preoccupazioni, ma dava a tutti l’impressione di non avere niente da fare. Riceveva e ascoltava tutti. Così ha ricevuto anche padre Lebbe. In occasione del suo viaggio a Roma, lo ha fatto venire. Ne ha parlato con il Cardinale van Rossum [18] che lo ha accolto benissimo e gli ha fissato un incontro con il Santo Padre [19]

che gli ha detto: “Siccome Lei non è venuto qui appellandosi al diritto canonico (avrebbe potuto farlo), mi fido di Lei. Lei vuole dei vescovi cinesi, lo voglio anch’io. Mi dica quali sono i più degni dell’episcopato in Cina”. Padre Lebbe ha scritto sei nomi, cinque dei quali, credo, sono stati in seguito selezionati [20].

Padre Lebbe era un uomo ardito, ma prudente. L’audacia e la prudenza devono coniugarsi, come dice il Vangelo: “Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16). Ha avvertito che l’episcopato cinese (così come l’episcopato indiano) non poteva essere allo stesso livello intellettuale, sociale, forse anche spirituale (cosa più dubbia questa) di quello delle vecchie comunità cristiane. Era necessario stabilire un legame permanente con le vecchie comunità. Ci volevano sacerdoti europei che aiutassero i vescovi autoctoni: il cinese, l’indiano …

Padre Lebbe ha pensato di inviare in Cina dei sacerdoti che fossero a servizio, con lo spirito di Giovanni Battista: “Occorre che loro crescano e io diminuisca” (cf. Gv 3,30) [21].

Padre Boland e padre Lebbe hanno fondato nel 1927­-1928 la Société des Auxiliaires des Missions, che sono sacerdoti assegnati a un “umile servizio”. Devono rifiutare l’episcopato, e occupare i posti più umili.

Così sono entrato in questa congregazione a Lovanio [22]. Breve, troppo breve il noviziato: sei mesi. Ne ho conservato un ottimo ricordo. E sono partito, da solo (allora) per l’India.

Sono stato accolto molto bene dal mio vescovo, mons. Mendonça. Era vescovo da un anno soltanto. Una gran delicatezza questa da parte sua: accogliermi, senza neanche conoscermi. La diocesi era mista: gesuiti e sacerdoti secolari indiani. I gesuiti si sono ritirati nella regione di Madurai [23].

È il primo vescovo indiano della diocesi. Quindi, accogliere senza tardare un sacerdote europeo poteva sembrare un passo indietro. Non ha esitato a farlo, e gliene sono profondamente grato. Ci sono 52 sacerdoti autoctoni per poco più di 100.000 cattolici e oltre 2 milioni di non cristiani, alcune migliaia di musulmani.

La mia vita può essere suddivisa in tre periodi:

1- Tiruchirapalli: studio della lingua tamil.

2- Vicario in due villaggi: prima a Panneipatti (o Udayāpatti) poi a Panjampatti.

3- Parroco in un eremo: Kulithalai [24].

1- Primo periodo

Padroneggiare la lingua: è un apprendistato difficile a quarant’anni. L’apprendistato mi è stato facilitato da un amico, padre Arokiam [25]

(Arokiam significa salute, prosperità, e diventa un nome mariano: Nostra Signora della salvezza). Mi ha salutato in buon francese. Lo aveva imparato in seminario. L’aveva imparato così bene che ha tradotto gli scritti di padre Gratry [26]

in tamil. In seguito ha anche tradotto L’esperienza della morte di Landsberg – in tamil, lo abbiamo tradotto: Il sapore della morte [27]. Mi ha detto che gli avevo rivelato la cultura indiana. E’ stato per me un ottimo iniziatore.

A partire da questa esperienza insisto su due punti:

– l’importanza della lingua

– e la quasi assoluta necessità di avere un amico del paese.

Finché uno pensa nella propria lingua, non la padroneggia – e si resta estranei a una cultura. Questo spiega come mai in Nord Africa i berberi abbiano abbandonato così rapidamente la religione cristiana che era stata loro insegnata in latino, e non in lingua punica (questa forse non è l’unica ragione, ma in qualche modo c’entra). Invece l’Armenia e l’Etiopia sono rimaste cristiane: erano state evangelizzate in lingua armena ed etiope.

La lingua è il veicolo del pensiero. Anzi, essa sta al pensiero come il corpo sta all’anima. Non si dà anima senza corpo, come non si dà pensiero senza lingua. È la lingua che struttura l’intuizione. Allo stesso modo, l’anima si esprime attraverso il proprio corpo, un corpo sempre insufficiente, dal quale essa sconfina. Allo stesso modo, le cose più profonde sono ineffabili, ma l’intuizione va oltre il concetto: esso poi si innesta e fluisce nella lingua. Il linguaggio è pensiero manifestato. Finché non si è entrati nel ritmo e nella struttura di un linguaggio, non si è entrati nello spirito di un popolo.

Quanto a voi, non potete e nemmeno dovete imparare tutte l’arabo. E’ questo il vantaggio della vita comunitaria: il bene di ciascuna è il bene di tutte. Come dice San Paolo, non tutti possono parlare le lingue (1Co 12,30). Ci sono altre mansioni da svolgere. Ci dovrebbero sempre essere nella comunità delle persone che parlano arabo e altre che parlano il berbero. I Berberi si erano stabiliti nel Nord Africa molti secoli prima degli Arabi, dei Romani e dei Cartaginesi. La lingua berbera è dal punto di vista linguistico un po’ come la rimanenza di magazzino del Nord Africa: si riallaccia a quel ceppo camitico che si collega a sua volta al ceppo protosemitico, più antico dell’arabo e dell’ebraico. Bisognerebbe che alcune studiassero il berbero, non solo per dire “buongiorno” e “buonasera”, cioè per la buona educazione berbera, ma per comprendere la struttura linguistica di questo paese.

Avete come guida su questo cammino l’esempio del padre de Foucauld, che parlava in modo eccellente il berbero, ma non l’arabo (ad Algeri sono stato molto colpito dal suo dizionario francese-tuareg e dalla sua raccolta di poesie. Aveva colto la loro metrica … ). Siamo soliti vederlo solo come contemplativo, ma è stato anche un grande lavoratore intellettuale [28].

Se una fa arabo, un’altra fa berbero: sarebbe necessario che un’altra ancora facesse ebraico. È la lingua semitica per antonomasia. Il ricongiungimento di Israele e Ismaele [29]

avverrà attraverso le comuni radici. E l’ebraico è la lingua della Rivelazione.

Avere amici del paese. Con un adattamento troppo brusco si incorrerebbe nel rischio di fare dell’arcaismo – esiste un livello di civiltà che è già stato superato dal paese stesso – oppure si rischierebbe, come in India, di fare del sincretismo, di mettere tutte le religioni sullo stesso piano [30].

Si rischierebbe, senza volerlo, di essere anticristiani. Esempio: la recita della prima parte della Shahādah. Essa contiene una negazione implicita di Dio Uno e Trino [31].

Molti Europei di buona volontà hanno fatto passi falsi. E spesso sono i più generosi a farli. Per evitare questo rischio, occorre il parere di un amico autoctono, e non uno qualunque. A questo riguardo, i consigli del mio amico Arokiam in India mi sono stati molto preziosi.

2- Secondo periodo

Nella mia vita nei villaggi, per primo è venuto Udayāpatti, il “villaggio dei proprietari” [32]. Gli indiani ci tengono molto alla piccola proprietà, al fazzoletto di terra da allargare. I matrimoni avvengono al fine di allargare la propria terra (e se la giovane non ne vuole sapere del tizio che hanno scelto per lei, ci pensano i genitori a riportarla alla ragione! I contadini sono sempre uguali ovunque!).

È un villaggio piuttosto rude. I “proprietari” sono molto orgogliosi di questo loro titolo. Sono dei testardi. Sono cristiani, da tre o quattro generazioni. Presentano delle forme di cristianesimo piuttosto curiose: ad esempio, la devozione per san Francesco Saverio (sebbene san Francesco Saverio non sia mai andato dalle loro parti! [33]). Ogni primogenito porta il nome di Saverio. Se si tratta di un maschio, Savarī Muthu (la perla di Saverio). Se si tratta di una femmina, Savarī Ammāl (la signora Saverio). Allo stesso modo, per tradurre Giuseppina, Susai Ammāl (la signora Giuseppe). In lingua tamil, siccome il mio nome di battesimo, Jules, è intraducibile, mi chiamavano con il mio nome della cresima Susai Appā (padre Joseph).

Hanno poi scoperto in me un carisma che non sapevo di avere: “l’uomo della pioggia”! Quando c’è molta siccità, mi fanno sempre venire per far venire a piovere (è un dato di fatto però, che, non appena arrivo al villaggio, comincia a piovere a catinelle!). Loro ci credono. C’è una semplicità di fondo, in ogni caso molto commovente.

Sono rimasti fedeli ai loro tatuaggi; alcuni poi sono molto belli. I ragazzi sono tatuati con una croce sormontata da tre punti: segno della Trinità. Tutto ciò ha un significato: serve a indicare il carattere ineffabile del battesimo – il carattere che hanno sulla fronte, non possono cancellarlo: il carattere è nell’anima. E’ un gesto molto cristiano.

Una cosa molto commovente: mi hanno chiesto di tradurre i nomi di mio padre, mia madre e del paese in cui sono nato. Ogni giorno, molti anziani e anziane mi salutano: Swāmi (significa: sacerdote, signore, senza alcuna esagerata deferenza). Alcuni mi hanno detto, parecchi anni dopo: “Swāmi, non abbiamo passato un solo giorno senza pregare per tua madre!” (recitavano una decina del rosario). Questo sì che è entrare in contatto con l’uomo, nonostante le differenze di razza e di lingua; già, perché queste differenze sono assai grandi.

Permane tra loro un vecchio bagaglio di superstizioni ancestrali: ci sono dei mesi in cui non si celebrano matrimoni. Prima di seppellire un morto nel cimitero, gli fanno fare due giri su sé stesso, in modo che non riesca più a trovare la strada per il villaggio. Hanno cristianizzato certe usanze pagane: il giorno dei morti, cuociono dei cereali nel cimitero e li distribuiscono tra i poveri (prima evidentemente erano destinati ai morti). Bellissimo esempio di cristianizzazione di una vecchia usanza. Ce ne sono molti altri: ad esempio il teatro. È un vero e proprio Oberammergau in formato ridotto [34] e basato su una psicologia rudimentale, ma tipico loro. Tutti gli anni si recita il dramma della Passione con gli stessi attori. Sono molto legati a questa usanza: ho visto dei non cristiani piangere di commozione di fronte alle sofferenze di Cristo. Le lamentazioni messe sulle labbra della Madonna sono bellissime. Hanno preso a prestito le lamentazioni delle vedove che si vedono portare via il Tali (collana nuziale che il giovane mette intorno al collo della giovane, il giorno del matrimonio. Quando una donna diventa vedova, gliela si toglie). Tutto questo è di grande bellezza, nella notte stellata, mentre tutti stanno seduti per terra. Si rappresenta, per due notti di fila, il mistero della Passione. Nemmeno un attore oserebbe recitare senza essersi confessato e comunicato, e avere fatto un giorno di digiuno.

E i bambini! Questi bambini così silenziosi, forse anche troppo, non turbolenti come i bambini europei – con i loro grandi occhi da hindù, bellissimi occhi di velluto! Tutti questi piccoletti, quasi nudi (fino a cinque anni, possono stare senza vestiti, poi verso i dieci o i dodici, portano un perizoma). Queste anime incantevoli, di una freschezza deliziosa. Si ritorna bambini in spirito, stando accanto a loro. Amo molto questi bambini hindù.

Il “villaggio dei proprietari” è molto povero: vi si coltivano solo l’orzo e il sorgo.

Poi sono partito alla volta di Panjampatti, il “villaggio della carestia”. C’è un salto. È molto meno sviluppato. Vi si accede solo con un carro da buoi (mi sembrava di essere l’ultimo re merovingio!): niente panca – è molto favorevole per la preghiera. Si può dire il breviario, preparare un’omelia, dormire e ancora dormire (anche meglio che in auto). Non si vede una bicicletta, né un cavallo.

Gli Udayār non danno una gran istruzione ai figli, specialmente alle femmine: appena una donna su dieci sa firmare col proprio nome il giorno del matrimonio. A Panjampatti invece, ci sono due scuole con trecento studenti ciascuno. Davvero l’India è un paese rurale. Ogni villaggio è diverso dall’altro. Le idee comuniste vi hanno attecchito, eccome. Un padre di famiglia un giorno ha chiesto addirittura di dare al figlio come nome di battesimo Giuseppe-Stalin.

C’è uno straordinario spirito di casta. Dieci anni fa i vescovi hanno deciso di distribuire la comunione senza distinzione di casta. Da Nobili in poi [35], nella chiesa erano state introdotte le distinzioni di casta. Nobili pensava di convertire le caste elevate dei bramini in modo tanto profondo da spingerli ad andare da soli verso i loro fratelli di caste inferiori. Nobili è rimasto incompreso. I bramini si sono scoraggiati, hanno abbandonato il cristianesimo. Sono rimasti soprattutto dei cristiani di casta media, e questa situazione si è fossilizzata. La casta degli Udayār ha uno spirito di casta pieno di disprezzo nei confronti dei paria: nei villaggi ci sono sempre due cimiteri: uno per i paria, l’altro per le persone di casta. In molti villaggi, i sacerdoti portavano la comunione ai paria sulla porta della chiesa – in chiesa, posto a parte. Ciò è evidentemente contrario allo spirito evangelico. Quando i vescovi hanno deciso di dare la comunione senza distinzione di casta, questa misura ha scatenato un vero e proprio subbuglio. A Tiruchirapalli, si è verificata una rivolta generale tra gli agricoltori, casta di persone istruite. Diverse migliaia di cristiani sono passati, armi e bagagli, alle chiese scismatiche, e hanno chiamato da loro dei preti giacobiti [36], preferendo passare dalla parte degli scismatici, piuttosto che ricevere il corpo del Signore accanto a un paria. Mi diceva un anziano (e andava a Messa tutti i giorni da quarant’anni e aveva pure una figlia carmelitana): “Negli ultimi otto anni non sono più stato a Messa, e la mia coscienza ne è tutta ferita”. Gli ho detto: “E torna allora, e tutti saranno contenti!”. “Ma non si può: l’onore della casta!”.

A Panjampatti, ci sono stati degli scontri: tre morti, diverse case bruciate. Questo dimostra quanto resti forte lo spirito di casta. Io stesso, una domenica, avevo confessato dei paria, gli altri erano falegnami e volevano che i paria andassero fuori dalla chiesa per la Messa. Ho detto che se i paria fossero usciti, sarei andato via io. I falegnami hanno aspettato che io iniziassi la Messa (quando non potevo più dire niente) per filarsela, ad eccezione di una famiglia. Venuta la sera, ho chiuso la chiesa e ho portato via la chiave. Sono venuti a chiedermela. Ho rifiutato: “Non avete bisogno della chiesa perché non siete cristiani, e la domenica farete a meno della Messa. Pregate in casa vostra”. Hanno chiesto scusa e abbiamo fatto pace. Però sono andati a lamentarsi dal vescovo, dicendo che lo swāmi era un uomo collerico e prepotente! Comunque l’importante è usare delicatezza – se io tenessi un cuoco paria, la cucina sarebbe forse migliore (cucinano molto bene), ma le persone di casta non verrebbero più a trovarmi – andrebbero sì in chiesa, ma non verrebbero da me.

3- Terzo periodo

Alla fine, mi sono stabilito a Kulithalai. Avevo conosciuto un magistrato. Era stato sedotto dalle mie idee missionarie. Decide di costruire una chiesa. Il giorno della posa della prima pietra, ha fatto un discorso pubblico in cui ringraziava calorosamente il vescovo per avermi nominato parroco. Il vescovo si vedeva messo di fronte al fatto compiuto – altro non poteva fare salvo accettare la cosa e lo ha fatto di buon grado.

Il mio eremo, Bhakti Ashra: “eremo dell’amore” si trova a Kulithalai: “legno fresco”. Gli indiani mi chiamano Parama Arūbī Ānanda: Parama: l’alto, il supremo; A-Rūbī: A privativo, Rūbī: forma; Parama A-Rūbī: il supremo senza forma, lo Spirito; Ānanda: Beatitudine.

Qui, io sono per metà eremita e per metà parroco. Ci sono mille cristiani, sei villaggi, soprattutto paria. Non c’è distinzione di casta, e il sacrestano è un paria. Ho diversi villaggi da amministrare entro un raggio di venti chilometri. Non bisogna pretendere di imporre formule e forme ovunque.

Laddove il paria non patisce per la sua situazione di inferiore, non bisogna disturbare bruscamente la vita del villaggio con un innalzamento di casta che non sarebbe compreso né dagli uni né dagli altri. Bisogna lasciar lavorare il tempo, il tempo e soprattutto lo spirito cristiano. Cerchiamo di mantenere lo spirito cristiano, formiamo i giovani, amministriamo i sacramenti (gli indiani si

confessano volentieri ogni settimana – e generalmente si confessano bene). Uno di loro mi ha chiesto: “Padre, preghi perché io diventi umile”.

I miei contatti con l’hinduismo? (Avrei desiderato parlarvene più a lungo, perché sono la cosa più importante.) Non cerco di convertire la gente in blocco, ma di ridestare l’inquietudine religiosa. Faccio leggere loro anche dei libri hindù per farli riflettere sulla propria religione. Ho un amico hindù, Śuddhacaitanya Śiva, un bramino (vi chiedo di pregare per lui). Veniva a trovarmi tutti i giorni, facevamo delle conversazioni di un’ora o due, conversazioni di tipo religioso e a volte politico (su questo punto, sanno che sono a favore dell’emancipazione dell’India, per la completa autonomia [37]). Insieme abbiamo studiato tutte le Upaniṣad [38] e i poemi del Śaivasiddhānta [39] in cui si trovano magnifiche espressioni su Dio, come quelle del poeta Mānikkavāsagar, che dice a Dio:

Sono uno sporco cane

Ti sei degnato di fare del mio cuore la tua dimora

Che altro mi resta da implorare da te?

O tu, che sei l’inizio e la fine,

O tu, oceano della Beatitudine.

Seduti sulla stessa stuoia, condividevamo il pasto. Accettava di farlo solo perché ero vegetariano: “Il padre ha rispetto per la vita!”. Se fossi stato un assassino di animali, non sarei stato un uomo di Dio.

Mi è toccato una volta di avere un caso di coscienza da risolvere, e l’ ho fatto risolvere a lui. Una donna paria molto malata chiedeva il battesimo. Era sposata con un hindù. Quale motivo la spingeva ad avanzare questa richiesta? E se guarisce e non mantiene le promesse? Dico allora a questo mio amico, che era un medico: “Il destino di questa donna è nelle sue mani. La esamini e poi mi dica. Se è veramente in extremis, la battezzo, altrimenti … ”. Il giorno dopo, alle cinque, lui mi dice: “Padre, sta per morire, bisogna battezzarla”. Poi lei è guarita e ha convertito il marito.

Śuddhacaitanya Śiva è un uomo che cerca la Verità. Per due o tre anni è diventato un mendicante volontario [40]

–vagando per l’Himalaya. Si è consacrato alla castità per Dio (mentre il Viṣṇuismo prescrive il matrimonio). Suo padre, morendo, gli ha strappato la promessa di sposarsi. Si è sposato, ma non ha mai conosciuto la moglie. Che persona delicata! Viveva realmente in presenza e nel pensiero di Dio. Sentivamo tra di noi un contatto da anima ad anima. Aveva qualche velleità di diventare cristiano. Forse un giorno lo farà?

Ho conosciuto altri hindù. Alcuni sono inclini al teismo, altri al panteismo. Tendono al sincretismo. Per loro, “tutti i fiumi si perdono nel mare” [41]. Poco importa questo o quel rito, l’unica cosa importante è la mistica, e questa è uguale per tutti.

Sento quanto sia necessario che i missionari conoscano l’hinduismo. Il più grande ostacolo alle conversioni è la mancanza, da parte dei missionari, di una conoscenza approfondita … Non si deve biasimare nessuno. Ci vuole tanta audacia per vedere le cose in un altro modo.

Per questo studio approfondito dell’hinduismo, ci vuole almeno un nucleo di sacerdoti (uno da solo non sarebbe capace di venirne a capo). E non sempre sono i preti indiani a mostrare più audacia e più gusto per questo studio. Uno di loro, insieme al quale stavo viaggiando di recente, mi ha detto: “So che sono loro che si sbagliano, e questo mi basta!” [42].

In alcuni hindù convertiti, specialmente i bramini, si nota uno zelo da iconoclasti, ancor più che tra i missionari più chiusi di spirito. Essi tendono a rigettare con aspro disprezzo tutto quanto sa di hindù. D’altra parte, nella loro mente, il fatto spirituale è ancora impregnato di un residuo di magia e della ricerca di un potere psichico straordinario. Solo il cristianesimo può liberarli.

La più grande e difficoltà è il panteismo. Sono chiusi all’idea che Dio sia unico. L’hinduismo non ha l’idea di creazione (non diversamente da Aristotele o Platone): o il mondo deriva da Dio per trasformazione, oppure si tratta della concezione di Śaṅkara, che è di fatto un acosmismo [43]. Non esiste creazione ex nihilo; è panteismo puro. È l’introduzione del divenire nell’Assoluto, e negazione della trascendenza. Oppure, il mondo è un’illusione, il mondo non esiste. Dio solo è

– il resto è non essere. E’ la vecchia teoria di Parmenide: “No, non costringerai l’essere a non essere, e il non essere a essere” [44].

Dicono gli hindù: “Distruggiamo questo velo illusorio e riconosciamo il fatto che noi non siamo”. E’ la distruzione dell’affermazione metafisica del “io sono”, e della dualità. L’ultima dualità per loro è l’affermazione dell’Uno. Resta solo il “pensiero pensato”, Dio che adora se stesso.

L’hinduismo non è quindi riuscito a risolvere il proprio problema: conciliare trascendenza e immanenza. E neppure a mantenere il parallelo tra: Bhakti – via dell’amore – e jñāna – via della saggezza e del pensiero [45]. Nella jñāna, il pensiero va all’unità assoluta. Ora l’amore della bhakti presuppone la distinzione tra l’amante e l’amato. Quindi: il pensiero nega l’amore e l’amore nega il pensiero – il poeta insiste sull’amore, invece il metafisico sulla via della saggezza. E non vedono la possibilità di un Dio che “soffre per dare se stesso”. L’hinduismo non ha in sé nulla in grado di risolvere il problema. Solo il cristianesimo, partendo dall’ispirazione hinduista, può giungere alla rivelazione del mistero trinitario.

Credo, con l’hinduismo, che se Dio fosse UNO, non potrebbe essere creatore. Perché Dio sia creatore, occorre che possa dare se stesso. Non è una monade chiusa, un’unità rinchiusa in se stessa. Deve avere una dimensione interiore: “Il Padre trabocca attraverso il Figlio fino allo Spirito. Lo Spirito trabocca attraverso il Figlio fino al Padre” come sistole e diastole della vita divina, secondo la magnifica formula di Dionigi di Alessandria: “l’Unità si dilata nella Trinità senza accrescersi, e la Trinità si raccoglie in Unità senza diminuire” [46].

Dio è essenzialmente Amore, Dono di Sé a Sé. E’ costituito, nella sua unità, dal dono stesso. Qualsiasi visione trinitaria deve essere concepita secondo la circumincessione [47], il fatto per cui ogni Persona è costituita dalla sua relazione con le altre due, per il suo movimento verso le altre due. Il Padre è Padre, costituito dalla propria paternità. Ogni Persona è costituita dalla sua relazione con le altre due.

Anche per quanto riguarda noi, che siamo persone create a immagine di Dio, noi non siamo in primo luogo delle persone per potere quindi dare noi stessi. Noi siamo metafisicamente e ontologicamente, dei doni. E siamo destinati a vivere in circumincessione con tutti i nostri fratelli. E sarà quella la gloria senza fine, quando ci sentiremo tutti intimi gli uni agli altri [48].

Dio è unità, perché Tre [Persone] [49]. Se Dio è dono in se stesso, è allo stesso modo dono per gli altri, creatore, e può comunicare la sua gioia, la sua vita.

Noi veniamo afferrati dall’ultima delle Persone divine, quella che è più vicina al margine della Trinità: lo Spirito, che ci guida e ci conforma al Figlio. A sua volta, il Figlio ci guida alle profondità del Padre [50].

Non c’è posto per il pensiero di Aristotele in India. Ma quello che l’India ha sete di sentire è il dialogo tra il Padre e il Figlio, che si compie nel silenzio dello Spirito. Occorre un ordine monastico votato alla contemplazione. Tutto il cristianesimo va pensato al modo indiano e l’hinduismo al modo cristiano. Ciò porterà con sé eresie, scismi e riunioni conciliari, come è avvenuto ad Alessandria. Il cristianesimo in India non produce eresie. E’ un brutto segno: perché il cristianesimo non è stato oggetto di riflessione. Questo non può farlo un singolo, ripensare il mistero cristiano in funzione dell’India: l’uomo si rinchiude nelle proprie ipotesi, finisce per scoraggiarsi. Ci vorrebbe in India una comunità, una Scuola d’Alessandria. Non un ordine di intellettuali, ma di contemplativi, votati a contemplare senza fine il Mistero trinitario, votati alla lode [51].

Esiste una vocazione dei popoli [52]:

L’Islam – è la spada del cherubino a guardia del recinto della Trascendenza.

Israele – si associa per il raduno dei popoli in vista del compimento escatologico.

Gli africani – sono l’evangelizzazione del subconscio (in cui risiede il Primitivo [53]) fin nelle sue profondità abissali, come il pescatore scende nelle profondità del mare per raccogliere la stella marina. E poi il Primitivo servirà come filo conduttore per annunciare la Buona Novella agli uomini della preistoria. La preghiera risale il corso del tempo, e l’attimo penetra l’eternità.

Cina – sarà l’Incarnazione stessa: in essa saranno svelati tutti gli elementi dell’ Incarnazione.

L’India – è il compimento trinitario, l’immersione nel Mistero trinitario. L’India ha sempre avuto una sete di Dio, non del Signore nella sua relazione con gli uomini, ma di Dio solo, il Dio dei bramini, senza modalità. Sembra che l’India sarà l’ultima a essere convertita, appena prima di Israele.

Unite le vostre implorazioni affinché un giorno venga un santo indiano a fondare l’Ordine della Trinità.

Pregate soprattutto che manteniamo sempre viva questa carità, questa “pazienza geologica”, questo spirito, questa speranza escatologica per l’Islam, per Israele, per la Cina, per gli africani, per l’India. Il fatto che abbiamo vocazioni particolari, è in ordine alla Chiesa , e in Cristo.

Perché siamo missionari? Per Cristo, per portare a compimento [54]

Cristo, perché la sua incarnazione sia totale, perché Cristo si riconsegni un giorno al Padre nella sua integrità.

Parole dello Swāmi alla comunità, 14 gennaio 1947

Lo swāmi: Siete come le carmelitane? Avete come missione quella di pregare in modo particolare per i sacerdoti?

Umma [55]: Noi non abbiamo ufficialmente questa missione specifica, ma non è necessario. La Chiesa stessa non prega forse ininterrottamente per i suoi sacerdoti? e noi siamo Chiesa. Dicono che siamo un ordine di penitenti, mentre le carmelitane sarebbero delle contemplative … Tutte queste distinzioni zoppicano un po’. Siamo nell’era della specialità! Limitarci alla penitenza vorrebbe dire non aver capito nulla di san Francesco , non andare oltre i mezzi …

Lo swāmi: Siete delle espiatrici …

Umma:

Né più né meno di tutti gli ordini contemplativi.

Lo swāmi: La penitenza è condizione o pienezza della contemplazione. L’ascesi è rimozione degli ostacoli e anche effusione di contemplazione. Chi dice contemplazione dice amorosa contemplazione di Dio. Se si ama Cristo, si desidera assimilarsi alla sua Passione, entrare appieno nella logica della corredenzione. La Madonna è corredentrice per eccellenza. La penitenza è essenzialmente essere

corredentrici nella partecipazione alla Passione [56].

Umma:

Ciò non si misura dal numero di frustate!

Lo swāmi: Ma certo! (sorriso)

Non appena veniamo battezzati, siamo innestati nella morte di Cristo, siamo innestati, immersi nel suo mistero. Le anime votate alla contemplazione, alla clausura, alla povertà, sono automaticamente votate all’espiazione.

Penso che dovendo espiare, portare su di noi i peccati del mondo, non dobbiamo essere come quei profeti di cui si dice che sono “cani … incapaci di abbaiare” (Is 56,10). È necessario che portiate i peccati dei sacerdoti. Non si creda che questo atteggiamento sia irrispettoso nei confronti dei pastori. Nel Medioevo, si aveva un’altra idea di rispetto. I pittori mettevano papi e cardinali all’inferno … E non penso che il Medioevo mancasse di rispetto riguardo alla gerarchia … Noi non giudichiamo nessuno: è questo il segreto di Dio. Quelli che sono pastori in Israele non sono all’altezza del loro compito (cf. Ezechiele 34) – e come potrebbero esserlo? – il loro compito è immane … Ci vogliono quindi delle anime consacrate che abbiano la cura di portare i peccati dei sacerdoti. Al nostro tempo, più che i grossi scandali, che sono casi particolari, abbiamo quel grave peccato che è la mediocrità. Essere mediocri, non è poi così grave, ma essere contenti e soddisfatti della propria mediocrità, questo sì … – “Sono a posto, sono in regola”: questo è abominio. Il peccato può essere un seme di santità, il peccatore che sa di essere peccatore, che non si compiace di sé, che si detesta, può diventare santo – ma non il fariseo contento di sé, e che torna a casa soddisfatto!

Ho incontrato Monsignor Théas [57] a Lourdes; mi ha detto:

“E’ un bene, è necessario che oggi i vescovi facciano mea culpa in pubblico”. Se avessimo il coraggio di dirci: “Non ho visto giusto, mi sono sbagliato” – ma pretendere di giustificarsi ad ogni costo a fatto compiuto …

L’inefficienza del clero è ancora più avvertibile che ai tempi di Bloy [58]. Una continua tendenza a porre in secondo piano la dimensione spirituale … Quella sociale, la si pone in primo piano – siamo al culto dell’efficienza. Si fanno statistiche, grafici, curve … Ho visto delle curve sulla forma di certi peccati. Qualcuno diceva: “se ci fosse il 99% di carità autentica e l’1% di tattica, questo 1% da solo guasterebbe tutto il resto”. Quante volte ho sentito questa lamentela: i nostri sacerdoti vanno sempre di fretta, la direzione spirituale non c’è più. E che fanno? Fanno opere, gruppi, sottogruppi! … Non è questo l’essenziale. Dicono una Messa tirata via. Vediamo dei giovani sacerdoti pieni di zelo, assetati di metodi nuovi, che si fanno pregare per andare al confessionale: ci sono tante opere che li reclamano …

In un articolo di Dieu vivant [59], Louis Massignon ha dimostrato che la maggiore tara del clero non è più la simonia come nel Medioevo, non sono più certi disordini o scandali come nei secoli passati – ce ne sono molti di meno; il clero nel suo insieme sotto questo aspetto si comporta meglio. Nel nostro tempo, non c’è più alcuna defezione nel Papato. Ma quella che si oppone alla Vita è la mediocrità, ostacolo diretto alla vita spirituale. “I bambini chiedevano pane, e non c’era chi lo spezzasse loro!” (Lam 4,4).

C’è un crimine che grida vendetta contro il cielo: in molte missioni, i preti erano agenti informatori del Deuxième Bureau [60]! Louis Massignon ha incontrato il Santo Padre per chiedergli di prendere provvedimenti contro questo scandalo in vista delle prossime guerre, perché i sacerdoti non pecchino contro lo Spirito Santo. Noi non accusiamo nessuno, ma siamo tenuti a vederci chiaro se vogliamo portare i peccati del mondo.

In Dieu vivant c’è anche un bellissimo articolo di Bulgakov su san Giovanni Battista [61]

… A Parigi sono presenti dei movimenti come il Circolo san Giovanni Battista, una delle più belle consolazioni del nostro tempo [62]. Ho incontrato madre Marie de l’Assomption, una religiosa che si sentiva smarrita nel suo Ordine (pur non volendo uscirne). Ci siamo ritrovati in piena unità di pensiero. Non cambierei una virgola … Tutta la sua spiritualità si basa su questo: “Cristo, sacramento nascosto dei Gentili” (dall’uomo

preistorico fino all’ultimo uomo della fine dei tempi). In un’epoca in cui nessuno intorno a lei ci pensava, si era trovata ad avere l’incarico della formazione delle giovani … Da qui sono nate una spiritualità, delle vocazioni missionarie, e da qui sorgerà un Ordine [63]

Colpisce qui la convergenza di tutti questi nostri modi di pensare. Quando ci incontriamo, ci troviamo esattamente allo stesso punto. Una medesima concentrazione sull’adorazione della Trinità, l’anticipazione del tempo, la Parusia. La spiritualità è la stessa di un padre de Foucauld, di un padre Lebbe in Cina … E’ qualcosa che converge, pur provenendo da punti di partenza assai distanti l’uno dall’altro. C’è sempre l’idea di Dio solo, che bisogna servire prima di ogni altro.

In Belgio ho incontrato la Vulhopp [64], presidentessa di un’associazione missionaria che raggruppa 700 membri, la cui formula è: “Dio è Dio, e tutto il resto non ha importanza alcuna”. Un bell’universalismo. Spirito di lode … Tutto ciò che accade è grazia, tutto è dono. Tutto può venir meno, ma non verrà mai meno l’occasione di adorare. Un grande desiderio di ricondurre tutte le cose in Cristo, desiderio di redenzione totale.

Per troppo tempo si è creduto che solo i religiosi e le religiose fossero chiamati alla santità e che a questo scopo fosse necessario indossare un velo e una tonaca. Alla santità ciascuno è chiamato dal proprio battesimo [65]. Si riteneva inoltre che l’opera missionaria fosse riservata a quanti si chiamavano “missionari”, come gli Spiritani, le Francescane Missionarie di Maria … Per molti è ancora così. E’ necessario chiamarsi “missionario” per essere tale! Ma il cristiano è tale, ipso facto, differisce soltanto la modalità; ma operare per espandere la Chiesa è affare di ogni cristiano. Occorre prenderne coscienza al più presto. Un colono ha il dovere di operare per l’espansione della Chiesa allo stesso titolo di noi. Ad lucem [66], è così – tutti devono considerare la loro professione in questa accezione.

Per quanto riguarda le suore di clausura, esse sono missionarie nella misura in cui sono contemplative. Il chiostro è l’hortus conclusus (Ct 4,8), il giardino chiuso in cui voi vi negate qualsiasi amore che non sia quello dello Sposo, ogni servizio che non sia il suo solo servizio. Non si tratta di contemplazione e apostolato. Si dovrebbe sopprimere una tale giustapposizione. Ma invece: contemplazione che è apostolato. Essere apostoli significa essere contemplativi, significa esserlo in un certo modo … Tutta la vostra contemplazione deve avere una modalità apostolica. Vita di clausura, vita da espiatrici, o vita improntata al mondo arabo, africano, ecc …

Mantenere la cura, la passione per l’Universale; voi lo attingete attraverso il mondo dell’Islam, da far entrare in Cristo [67]. Io dico appunto il “mondo” dell’ Islam, giacché dovete credere che tutto ciò che è accaduto è stato voluto da Dio … Non c’è tempo privo di Cristo! Quindi l’Islam, in quanto fenomeno storico e gruppo sociale ha un proprio ruolo da svolgere. Se tutti i musulmani si convertissero rinunciando al proprio patrimonio, ci sarebbe per sempre una lacuna nel Corpo Mistico [68]

.

Ogni anima infatti è legata a tutte le altre; è vero, però essa è legata in modo particolare ad alcune anime che vivono secondo lo stesso ritmo e all’interno della stessa struttura di pensiero … E’ l’Islam nella sua totalità che deve essere convertito, e come pure andranno ripresi e portati a completezza tutti i suoi valori …

Però non si devono fare adattamenti a casaccio, per esempio: recitare come se fosse cristiana metà della professione di fede nell’Islam – questo modo di mutilare la professione di fede nell’Islam, sacra per i musulmani, è offensivo proprio per loro, anzi: nella recita di questa prima parte della Shahādah l’Islam sostiene una implicita negazione della Trinità.

L’Islam proclama la trascendenza di Dio con una forza straordinaria. Esso è la spada dei Cherubini che custodisce le porte del Paradiso. Credo che nell’Islam si viva in questo stato d’animo di estrema adorazione che deriva dal senso dell’estrema trascendenza di Dio … un sentimento veramente forte! Il musulmano convertito manterrà in sé dell’Islam tutte le ricchezze artistiche e letterarie in esso contenute – e anche autentiche ricchezze spirituali, soprattutto il senso della trascendenza divina.

Noi cattolici respingiamo la tesi di Kraemer, protestante olandese, esposta nel suo bellissimo libro: Il messaggio cristiano al mondo non cristiano [69]. E’ il libro di missiologia più rilevante di questi ultimi anni, il più stimolante: è un’opera magistrale. C’è una critica di padre Jean de Menasce (un ebreo convertito) in Revue de Science Missionnaire [70]

che è stata ripresa da padre Daniélou in Dieu vivant [71]. Kraemer fornisce una documentazione assai aggiornata su quasi tutti i principali gruppi religiosi dell’umanità. Ma c’è una tesi soggiacente: “Accettiamo tutto delle culture, delle arti e delle civiltà, ma non accettiamo nulla delle religioni: sono tutte guaste

… ”. Egli oppone alla trascendenza della religione cristiana il naturismo, il biocosmismo delle altre religioni. A suo dire tutte le religioni non cristiane sarebbero religioni della vita (biocosmismo, come dice nella sua lingua un po’ impacciata). Abbiamo qui un completo rifiuto dei valori religiosi. Egli crede nella corruzione totale dell’uomo causata dal peccato originale. Ma l’opera del Creatore non si oppone all’opera del Redentore. Lo Spirito che riempie di sé l’orbe terracqueo non è mai stato assente, non è mai stato inattivo. Ogni anima docile alla sua ispirazione è salvata. Noi respingiamo in toto questa tesi troppo pessimista [72]. In compenso, Kraemer è molto convincente quando si esprime contro il sincretismo che tutto livella verso il basso, come contro il liberalismo. Se siamo tentati da un umanesimo eccessivo, Kraemer può farci solo del bene. Credere che tutte le religioni si equivalgano, come sostiene il sincretismo, è anch’esso sbagliato. C’è una trascendenza, e in questo il cristianesimo è infinitamente superiore, anche se tutte le religioni hanno lo scopo di condurre a essa [73].

Padre Daniélou diceva giustamente (basandosi sul pensiero di un certo Monchanin! [74]): la mistica hindù deve morire, ma per risorgere in una “nuova Incarnazione del Vangelo” … Essa non può passare così com’è in seno alla mistica cristiana … Non è solo un cambio di etichetta! Quanti insistono sulla rottura rischiano di non vedere la continuità. Quanti insistono sulla continuità rischiano di non vedere la rottura … L’Islam deve morire per rinascere cristiano. Il musulmano deve sentire a un certo punto che sta rompendo [con il passato], e provare al tempo stesso la sensazione di ritrovare ciò che vi è nell’Islam di essenziale, il dono di sé a Dio. Così come ognuno deve morire per rinascere, per ritrovare la sua vera personalità [75]

Voi non dovete predicare, fare opera di battezzatori, ma testimoniare con la vostra presenza, prefigurare … Dovete stare in attesa, in sostituzione dei musulmani convertiti [76]. Dovete essere i musulmani già convertiti, il primo abbozzo, il primo schizzo a matita … anche se ora loro non capiscono. Vedendo voi, si deve essere in grado di cogliere quale sarà il musulmano cristiano che ha subìto questa morte e Risurrezione. Voi siete quelle che sono state messe al loro posto nella speranza.

Vedete, nella sua vita, il padre de Foucauld non ha fatto nulla. Ha battezzato solo una vecchia mezza matta [77], tuttavia tutto quanto si è fatto di fecondo nell’Islam dopo la sua morte, lo si è fatto nel segno di lui [78]

… La più bella dimostrazione della frase “se il grano non muore … ” (Gv12, 24). Il suo esempio è stato ripreso da padre Voillaume; i monaci di El Abiodh cercano di essere quelli che si sostituiscono all’Islam. Nell’Islam, non esiste comunità cristiana indigena: non ci può essere altra cosa se non dei cristiani escatologici, figura dell’Islam finale reintegrato in Cristo. Voi già vivete (privilegio della contemplazione) in questa anticipazione del tempo. Voi dovete essere delle “sur-musulmane” cristiane. Dovete pregare nella loro lingua, e lodare Dio nella loro lingua …

Arrivare a possedere, attraverso le forme sensibili dell’arte, della bellezza e del pensiero, una estetica araba [79]. Voi la possedete già … un tipo di vita esteriore arabo … una spiritualità tutta da creare insieme a loro, attraverso il contatto con loro, andando oltre loro, chiamandoli a voi, amandoli. Convertire, consiste non solo nell’assumere i valori, ma anche nel rettificarli. Incarnazione e redenzione sono legate, tanto quanto contemplazione e apostolato – bisogna eliminare la “e” …

L’Agnello di Dio porta i peccati del mondo, e voi siete le spose dell’Agnello. A voi tocca portare i peccati dell’Islam, la sofferenza dei poveri nell’Islam, insieme – il più possibile – con il tipo di vita dei poveri berberi che vivono intorno a voi.

Umma: Quanto siamo ancora lontane da questo!

Lo swāmi: Assumete i peccati dell’Islam. Non considerateli come degli errori estranei a voi – “loro sono fatti così!”. No: io sono la loro sorella … Per voi, è come un peccato di un famigliare, voi ostaggi al loro posto, offerte al loro posto … Se un giorno vi toccherà fare una scelta, è dalla loro parte che dovete stare. Se sceglieste il vostro paese d’origine, vorrebbe dire che non avete una vocazione autentica. Dovete essere come Ruth, “il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rt 1,16) [80]. Non avrete alcuna esitazione, rimarrete marocchine … anche se ci fossero in fondo a tutto la prigionia, la morte, il disonore stesso. Bisogna, con un atto interiore, essere pronte a tutto, anche al martirio … Quale suprema gioia dare testimonianza a Colui che ci ha tanto amati! Anche se non giungerete fino a quell’estremo, consideratevi come il capro espiatorio che porta su di sé i peccati di Ismaele …

Tre momenti che si concatenano [81]:

– il primo, quello dell’ assunzione dei valori: il Verbo si è fatto carne, e a noi spetta farci arabi.

– il secondo, quello della redenzione: il Verbo incarnato è morto – e a voi spetta soffrire e morire, e portare il loro peccato. Questo è più importante che assumere i valori. Dio farà in modo di inviarvi delle prove che vi mortificheranno … perché volentieri si desidera staccarsi da tutto, tranne da questa o quella cosa! … Un giorno Dio punterà la sua spada proprio lì. Non è possibile alcun patteggiamento con Dio. E’ così esigente … Dio è fuoco, un “fuoco divorante” (Eb12, 29) … Non si dà nulla a Dio, se non gli si dà tutto.

– il terzo, quello della Risurrezione … che dimostra che il secondo non è vano! Cristo è morto solo per risuscitare. Quando si contempla l’Ecce Homo, bisogna vedere il Cristo glorioso e quando si contempla il Cristo glorioso, bisogna vedere l’Ecce Homo

… Il Volto doloroso si irradia nel Volto glorioso [82].

Voi siete quelle che siete, nel tempio: siete quelle che prefigurano l’Islam escatologico. La vostra virtù è la speranza … Vi ricordate di Péguy che parlava della speranza – Dio che si china sulla terra e si stupisce nel vedere in essa la speranza … “La fede non mi sorprende. La carità, dice Dio, non mi sorprende … Ma la speranza, dice Dio, questa sì mi sorprende … ” [83]

– la speranza, la bambina con i capelli verdi … Le tentazioni più terribili sono quelle contro la speranza. A un dato momento vi chiederete: “Ma la mia vita non è sprecata?” – Non c’è vocazione autentica che non sia attraversata dalla disperazione. Avrete il vostro Getsemani … Dovrete rendere testimonianza fino al limite della speranza. Quello di cui il mondo ha più bisogno è la speranza … A parte i cristiani, i comunisti e gli scientisti, tutto il mondo europeo è disperato [84]

… (e poi, i comunisti sono rigidi, la loro è una speranza forzata; gli scientisti si basano su delle idee vuote). Voi siete portatrici di speranza, come le vergini sagge che portano la lampada della speranza (Mt 25,1-13)

… Sembrerebbe che la Chiesa stessa sia tentata dalla disperazione. La Chiesa inizia a porsi delle domande, ha bisogno di speranza, della speranza delle anime contemplative, innestate sull’Eterno

… non impaurite dal contingente …

Le contemplative hanno il privilegio di scavalcare il tempo per balzare direttamente nell’Eternità, per dare al mondo ciò di cui ha maggiormente bisogno, questa grande speranza del raduno finale [85]

… “Padre santo, custodiscili … perché siano una cosa sola, come noi … non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me

… ”(cf Gv 17). Rileggete i capitoli dal 13 al 17 di Giovanni, il culmine del Vangelo, quelli che un tempo si leggevano la notte prima del patibolo, la notte prima delle grandi partenze, delle grandi separazioni! …

Con queste ultime parole, lo Swāmi si è alzato; ha benedetto la comunità poi ha recitato: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, ripreso in arabo da diverse suore. E lo Swāmi ha aggiunto: Alleluia.

Il congedo dello Swāmi nella Messa, 15 Gennaio 1947

Prima di ripartire per l’India, sorelle dilette, rivolgo a voi il mio saluto. Queste ultime parole che vi dicevo, come sacerdote, leggendo il Vangelo di questa Messa: “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,30)

… Avete preso su di voi questo giogo di Cristo, nella sua forma più bella eppure più dura, quella più dura, il fardello della Croce di Cristo. Nella clausura, nel silenzio, nel nascondimento, sull’esempio di Francesco d’Assisi, il folle d’amore, e di Chiara, sua fedele imitatrice in questa vita del chiostro, vita sprecata agli occhi del mondo, avete provato quanto è dolce questo giogo …

Manete in Deo [86]: rimanete nell’amore. Dio è Amore. Manete in Christo, manete in Spiritu [87]: rimanete in Cristo, rimanete nello Spirito. E voi rimarrete in Cristo, nella misura in cui vivrete, di fuori come di dentro, il suo Mistero. A voi tocca rivivere il mistero di Cristo: mistero di morte e Risurrezione, giacché la vostra contemplazione deve essere contemplazione dell’Incarnazione, contemplazione della Passione e Risurrezione, e di quella estensione della Chiesa che è il Corpo di Cristo, la pienezza di Cristo. Come dice sant’Ireneo: “Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio [88]”. Noi non attingiamo Dio se non nell’Incarnazione, per mezzo di Cristo. Egli si è fatto simile a noi, fuorché nel peccato; Cristo si è fatto uomo per noi, per portare i nostri peccati. Il suo mistero si condensa nella sua Passione e Risurrezione, e come vi dicevo che è necessario eliminare la giustapposizione tra contemplazione e apostolato, così è necessario eliminare la giustapposizione tra Passione e Risurrezione, tanto il mistero è unico, tanto Passione- Risurrezione sono le due facce di uno stesso Mistero.

A noi tocca viverlo, questo Mistero; siamo cristiani nella misura in cui lo viviamo … Dovete entrare nella morte di Cristo, che è stata una morte totale (morte fisica, morte psicologica). Durante la sua agonia si è sentito diviso da tutto … “O Tu, unito a tutti eppure separato da tutti” [89].

Rivivrete questo mistero nella Messa, nell’Ufficio divino e nella vostra vita interiore. La Messa è il mistero della Croce; in essa Cristo rinnova lo stesso sacrificio. La Croce è Cristo che si dona in oblazione. Cristo si offre al Padre: Ecce adsum, venio ut faciam voluntatem tuam [90] (Eb 10,9). Si offre al Padre in un mondo di peccatori, nel dolore, nello strazio di sé, nell’essere diviso da tutto, nella morte. L’offerta di Cristo nella Messa è la continuazione del Calvario [91]. E’ lo stesso Cristo che si offre ai suoi stessi fratelli, alle sue stesse sorelle. Eppure, il Cristo doloroso che troviamo alla Messa è il Cristo glorioso, Colui che innalza il mondo a Dio.

Una parola del Vangelo (forse una delle più profonde) ci dà il senso della Messa: Tristitia vestra in gaudium convertetur [92] (Gv 16,20). Questa tristezza dei santi non è altro che quella del Venerdì Santo, questa gioia dei santi non è altro che la gioia della Pasqua. Tristezza del Venerdì Santo transustanziata nella gioia della PasquaVivrete la vostra Messa ogni giorno comunicando al corpo e sangue di Cristo, al mistero della sua vita, della sua morte, della sua immortalità.

Partecipazione alla Passione anche per mezzo dell’ufficio divino, che è come lo scrigno nel quale è incastonato quel prezioso gioiello che è la Messa. Preghiera della Chiesa, preghiera della Sposa che non si inganna, che conosce il segreto dello Sposo, che così si purifica per Dio, della Sposa che così si prepara al banchetto dello Sposo .

Vivere questo mistero mediante una vita di purificazione, non avviene principalmente per mezzo dell’ascesi, ma attraverso le prove mortificanti, che il Maestro vi invierà. Ci pensa lui. Nell’istante in cui la speranza sembra annichilirsi (la disperazione si impadronisce di voi, ci si comincia a interrogare … ), stendersi sulla Croce. Bisogna rivivere qui questo mistero di morte, anche se da questo versante della vita, voi non doveste scorgere l’altro versante … Occorre conservare una speranza escatologica, comunicando con la Chiesa nella sua totalità, anche quando tutto scompare, quando tutto sembra venire a mancare, quando si è spogliati di tutto, tutto ci è tolto, strappato via … [93].

Voi siete un tutto, una comunità, uno scambio di carismi; il carisma di una è il carisma di tutte; tutto ciò che ciascuna riceve è per le altre. Una sperimenterà maggiormente il mistero della morte, l’altra il mistero della Risurrezione (alcune forse non conosceranno in questa vita l’alba della Risurrezione), ma mai per sé sola. E’ questo il mistero totale da vivere insieme … Soprattutto, vivrete questo mistero stando nell’ Unità – la preghiera di Cristo: “Che siano una cosa sola … ” (Gv 17,21) – questa unità della quale voi vivrete tra di voi mediante la carità, non sarà livellamento verso l’alto, come se doveste innalzarvi tutte al livello di quelle che appaiono più vicine a Dio, ma unità per convergenza – convergenza di doni, di speciali vocazioni, in un moto di tensione sempre rinnovabile d’istante in istante! una continua creazione – unità tra opposte tensioni: più sono forti e più sono belle. Convergenza di singole vocazioni entro la vocazione comunitaria [94].

Vivendo questa unità nella carità, sarete come un primo nucleo di quel “sur-islam” cristiano che dovete profetizzare – la vostra missione è profetica – dovete annunciare al mondo, con questa vostra comunità di Rabat, che cosa sarà l’Islam una volta diventato cristiano. E annunciarlo, prefigurarlo è già realizzarlo (la vostra comunità deve essere un centro di attrazione). Vivete della vita della Chiesa universale, per l’Islam, l’Africa nera, in unione con l’India, la Cina, la Russia e i paesi sovietici bolscevichi, i popoli primitivi, Israele, – fondate sulla speranza escatologica per il raduno finale di tutti gli uomini – con tutto il mondo!

Voi siete Chiesa! Voi amate l’Unità! Voi amate la Chiesa! Voi amate Cristo! … Non possiamo attingere Cristo fuori della Chiesa. Amare Cristo non è amarlo in altro modo se non nell’Incarnazione. Manete in Christo … nell’attesa, c’è la grande speranza della promessa – già realizzazione fin d’ora dell’estensione della sua pienezza, del suo Corpo perfetto.

Manete in Spiritu … lo Spirito è fuoco, ardore, fiamma divorante, ma anche brezza, freschezza … “Il vento … non sai da dove viene e dove va, ma ne senti la voce … ” (Gv 3,8). Lo Spirito che soffia dove vuole, dispensatore di doni imprevedibili, che sa tutto quello che noi non sappiamo, incessante ringiovanimento dell’essere, tenerezza senza forma e senza limiti, lo Spirito, senza una forma, il solo a essere senza un volto … lo Spirito non generante … è la Persona “terminale”, finale, quella dopo cui non ne viene nessun’altra. Siccome è l’ultimo nella Trinità, riceve tutto dagli Altri due; siccome è finale, è Unità del Padre e del Figlio, compiersi e consumarsi dell’Amore … Ogni cosa a cui si accosta, la attrae, la configura e la offre a Cristo …

Essere spirituali significa essere configurati a Cristo. Siate unite personalmente alla sua Persona. Cristo, nel configurarvi a se stesso, vi riconduce alle profondità del Padre, al Padre insondabile e non manifestato, da cui tutto parte e a cui tutto ritorna … Diceva sant’Ireneo con una bellissima frase: “Cristo è la visibilità del Padre;

l’invisibilità del Verbo, è il Padre … [95]”.

Siete ricondotte su al Padre – e dal Padre vi riversate nel Verbo – e dal Verbo nello Spirito … siete così trascinate in questo moto di espansione e di tensione delle tre Persone, in questo moto di eterna concentrazione che costituisce la Trinità. La vostra vita è partecipazione al Mistero trinitario [96]. Santa Teresa d’Avila ha visto la sua vita interiore trasformarsi il giorno in cui si è resa conto che le tre Persone vivevano nel profondo della sua anima.

Contemplate le tre Persone che sono l’unico Amore in quel tempio che è la vostra anima … Scendete pure nelle profondità della vostra anima, e vi troverete le tre Persone. Dobbiamo cercare la Trinità in noi, in un fremito di adorazione … Il valore di una vita è il suo peso di adorazione. Sorelle mie, siate tutte e in tutto lode e adorazione. Abbiate una relazione singola con ogni Persona della Trinità.

Manete in dilectione [97]

… L’Amore, pietra di paragone della vostra contemplazione del mistero del Padre, del mistero del Verbo, del mistero dello Spirito, e dell’espansione della Chiesa … Qui manet in dilectione, manet in Deo et Deus in eo [98] (1 Gv 4,16). Il vostro amore per il Padre, attraverso il Verbo, e nello Spirito, si traduca in carità concreta le une verso le altre … Fate vostra la preghiera sacerdotale: “Siano perfetti nell’unità”(Gv 17,23). Voi siete le cellule di un medesimo organismo, frazioni di Chiesa, frazioni del Corpo di Cristo …

Dilette sorelle, non vi dico addio e non vi dico nemmeno arrivederci, perché non saremo veramente separati. Siamo prossimi nello Spirito, intimi gli uni agli altri. Così come nella circumincessione vi è “inerenza” di ogni anima, allo stesso modo vi è interiorità reciproca tra le anime. Per quanti hanno sentito questo impossessarsi della loro anima da parte di Dio, lo spazio e il tempo si dischiudono. Non siamo separati perché siamo viventi nell’unico Amore … e quando il velo sarà caduto, comprenderemo che le nostre anime erano intime le une alle altre e che eravamo stati creati e scelti gli uni per gli altri da Colui che ci radunerà tutti insieme, e le cui promesse non vengono mai meno.


[1]

Testimonianza di I.H. Dalmais. Cf. L’abbé Jules Monchanin, Parigi, Casterman, 1960, p. 63.

[2]

Suor Christilla (Henriette Couty) era un’altra figlia spirituale lionese di Monchanin, da lui mandata a Rabat nel 1938 per raggiungere madre Véronique di cui riparleremo più oltre.

[3]

Madre Véronique, Conferenza inedita sullo swāmi del 26 agosto 1974.

[4]

Cioè il direttore spirituale.

[5]

Nelle pagine seguenti, avremo l’opportunità di descrivere più precisamente la concezione propria di Monchanin del “sur-islam”, cioè la trasfigurazione cristica dell’Islam. Come Louis Massignon (1883-1962), Monchanin già vedeva i primi frutti di questa opera dello Spirito in Al-Ḥallāj, mistico persiano crocifisso a Baghdad nel 922 per aver affermato “l’invasione dell’ amore deificante” al centro della adorazione estatica dell’ Unico Trascendente. Una simile visione del “sur-islam” richiedeva una particolarissima forma di presenza cristiana contemplativa e al tempo stesso missionaria.

[6]

J. Monchanin, “La spiritualité du désert”, De l’esthétique à la mystique, Parigi, Casterman, 1967, p.133.

[7]

Solo la prima di queste conversazioni è stata pubblicata sotto il titolo “Un itinerario personale e un progetto missionario”. Cf. J. MONCHANIN, Théologie et spiritualité missionnaires, Parigi, Beauchesne, 1985, pp. 27-38.

[8]

Ci riferiremo in particolare a: Co-esse. Le mystère trinitaire dans la pensée de Jules Monchanin, Parigi, DDB, 2015. Si tratta della prima monografia sistematica sul pensiero teologico, filosofico e indologico di Monchanin. I tre colloqui di Rabat qui pubblicati potranno servire come un primo approccio all’universo di Monchanin.

[9]

Ci sono pervenute solo delle trascrizioni dattiloscritte di questi tre colloqui. Esse sono state procurate da madre Véronique e conservate nell’archivio comunale di Lione. Senza dubbio, secondo il suo solito, Monchanin non aveva scritto nulla, tranne forse le parole pronunciate al termine della Messa del 15 gennaio 1947. Tuttavia, possiamo essere certi che le Clarisse ne abbiano fatto una trascrizione quanto più fedele possibile.

[10]

Clotilde Vacheron (1909-1981) è stata la prima delle figlie spirituali di Monchanin a raggiungere la sua terra di elezione, il Marocco, nel 1931. Dopo qualche tentennamento nel suo inserimento, essa entrò nella giovane fondazione delle Clarisse di Rabat – provenienti dal monastero di Santa Chiara a Azille (Aude) – e prese il nome di madre Véronique del Volto Santo. Ben presto, nel 1936, diventò la superiora della sua piccola comunità che prima della guerra contava cinque suore. Dal momento della sua entrata in convento, la religiosa si era astenuta, per un desiderio di distacco, dallo scrivere a colui che aveva svolto un ruolo determinante nella sua giovinezza; tuttavia, attraverso la rete delle figlie spirituali di Monchanin diffusa in tutto il mondo, le notizie del monastero marocchino continuavano a giungere in India. L’incontro del 1947, così insperato, fu accolto in modo ancora più forte … Più tardi, il monastero di Rabat si trasferì a Tazert nel sud del Marocco; una fondazione fu creata anche a Nazareth, insieme con l’adozione di una liturgia in lingua araba che consentiva, nella contemplazione, l’incontro dei tre popoli discendenti da Abramo: Israele, l’Islam e la Chiesa. Per realizzare questo obiettivo, la comunità si è affiliata nel 1962 alla Chiesa greco-melchita. Per quanto riguarda madre Véronique – comunemente chiamata Umma dalle sue sorelle – si è spenta nel 1981 a Aubazine, fondazione francese dal 1965. Successivamente, una parte della comunità ha aderito al Patriarcato ortodosso di Antiochia e ha fondato il Monastero del Roveto Ardente a Villardonnel.

[11]

Monchanin fu invitato da Mons. James Mendonça (1892-1978), vescovo della diocesi indiana di Tiruchirapalli in cui si era stabilito, ad accompagnarlo in Europa, dove si sarebbe tenuta la canonizzazione di Giovanni de Britto (1647-1693) martire gesuita nel paese Tamil.

[12]

Monchanin era in origine un sacerdote diocesano di Lione. Solo gradualmente si manifestò in lui il desiderio di partire per l’ India per vivere la sua chiamata missionaria. Era stato incoraggiato in questa decisione dalla partenza delle sue figlie spirituali per il Marocco, l’India e la Cina. E, durante una pleurite contratta nel 1932, fece il voto di dedicarsi completamente al suo popolo di elezione. Tuttavia, dovette attendere diversi anni prima di ottenere il consenso del suo arcivescovo, il cardinale Gerlier (1880-1965). Per maggiori dettagli biografici, faremo riferimento all’ottimo libro: F. Jacquin, Jules Monchanin prêtre 1895-1957, Parigi, Le Cerf, 1996.

[13]

La Société des Auxiliaires des Missions (SAM) fu fondata dal sacerdote lazzarista belga Vincent Lebbe (1877-1940), missionario in Cina, e dal suo confratello André Boland (1891-1955). Monchanin entrò nella SAM nel 1938 per poi partire per l’India.

[14]

Dopo aver dovuto lasciare una prima volta la Cina, Vincent Lebbe si dedicò completamente, dall’aprile del 1920 al febbraio del 1927, a diverse centinaia di studenti cinesi in Europa ai quali trovò scuola, alloggio e mezzi di sostentamento.

[15]

Si tratta del sacerdote cinese Gregorio Luo Wenzao, o.p. Raccomandato a Roma dal domenicano Navarrete e da mons. François Pallu delle Missioni Estere di Parigi, fu nominato vicario apostolico del Nanchino nel 1674 da papa Clemente X e consacrato vescovo dieci anni dopo nel 1685 dal francescano Bernardino della Chiesa, vescovo di Canton.

[16]

Questo primo vescovo africano fu Henrique, noto anche con il nome di Kinu a Mvemba (1495-1530), figlio di Alfonso I, re del Congo. Raccomandato per l’episcopato presso Leone X dal re del Portogallo Manuel I, nel 1518 fu nominato vescovo in partibus infidelium della diocesi di Utica in Tunisia, consacrato nel 1520 e poi nominato vescovo ausiliare di Funchal. Tornò in Congo solo nel 1521, ma senza poter esercitare il suo ministero fino alla sua morte prematura.

[17]

Il cardinale Désiré-Joseph Mercier (1851-1926), arcivescovo di Malines e grande costruttore di ecumenismo, è stato anche uno dei promotori della fioritura missionaria particolarmente feconda in Belgio nella prima metà del XX secolo.

[18]Il cardinale Willem Marinus van Rossum (1854-1932) è stato dal 1918 alla morte Prefetto della Congregazione De Propaganda Fide.

[19]

Durante questo soggiorno a Roma nel dicembre 1921, Padre Lebbe riuscì a ottenere un’udienza dal Papa Benedetto XV.

[20]

A coronamento dell’opera missionaria in Cina, Pio XI stesso ordinò personalmente i sei (non cinque) primi vescovi cinesi nella Basilica di San Pietro a Roma il 28 ottobre 1926, in presenza di padre Lebbe che festeggiava quello stesso giorno i 25 anni di sacerdozio. I nomi dei sei vescovi erano: mons. Filippo Zhao Huai Yi, vicario apostolico di Xuan Hua (provincia di He Bei), mons. Melchiorre Sun De Zhen, prefetto apostolico di An Guo (provincia di He Bei), mons. Ludovico Chen Guo Di, vicario apostolico di Fen Yang (provincia di Shan Xi), mons. Giuseppe Hu Ruo Shan, vicario apostolico di Tai Zhou (provincia di Zhe Jiang), mons. Simone Zhu Min Kai, vicario apostolico di Hai Men (oggi Nan Tong nella provincia di Jiang Su), mons. Odorico Cheng He De, prefetto apostolico di Pu Qi (provincia di Hu Bei).

[21]

Si noti che a padre Lebbe si deve anche la nascita dei Piccoli Fratelli di San Giovanni Battista e delle Piccole Sorelle di Santa Teresa del Bambino Gesù, nelle quali entrò una delle figlie spirituali lionesi di Monchanin: Juliette Lucas (Suor Lou- Ké [1909-2009]).

[22]

Il 10 novembre del 1938 padre Monchanin, a 43 anni, entrò nel noviziato della SAM a Lovanio. Ma passò piuttosto il tempo a dare lezioni di missiologia ai novizi, di 20 anni più giovani di lui, e a tenere brillanti conferenze presso i circoli missiologici e artistici del Belgio.

[23]

L’evangelizzazione del paese Tamil fu affidata ai gesuiti e poi alle Missioni Estere di Parigi (MEP) che ne presero il posto dopo la soppressione della Compagnia di Gesù. Dopo la loro riabilitazione nel 1814, i gesuiti francesi tornarono progressivamente nel sud dell’India e costituirono una loro provincia nella regione di Madurai.

[24]

Questi tre periodi corrispondono alle seguenti date: arrivo e apprendimento del tamil dal giugno del 1939 alla primavera del 1940; vicario a Panneipatti dalla Pasqua del 1940 alla primavera del 1941 e vicario a Panjampatti nel 1943-1944; vicario a Kulithalai, prima dalla Pasqua del 1941 alla fine del 1942, poi parroco di questa parrocchia dall’inizio del 1945 fino alla fondazione dell’ashram dello Shantivanam insieme con padre Henri Le Saux (1910-1973), il 21 marzo del 1950.

[25]

Padre Arokiam fu uno dei pochi sacerdoti indiani a comprendere la visione e il progetto di Monchanin.

[26]

Si tratta di padre Joseph Gratry (1805-1872), filosofo e restauratore dell’Oratorio di Francia.

[27]

Paul-Ludwig Landsberg (1901-1944), allievo di Edmund Husserl (1859-1938) e di Martin Heidegger, a sua volta discepolo di Max Scheler (1874-1928) fu, accanto a Emmanuel Mounier (1905-1950), uno degli artefici dell’ avventura di Esprit. Monchanin scrisse nel 1945 una prefazione alla traduzione in tamil del suo libro L’esperienza della morte. Pensava che una simile riflessione filosofica sarebbe potuta servire da supporto a un possibile dialogo tra hinduismo e cristianesimo.

[28]

Monchanin fa bene a segnalare il Dizionario tuareg‑francese e la raccolta delle Poesie tuareg di Charles de Foucauld (1858-1916). Egli infatti, al pari di molti altri missionari, dedicò, fin dal suo arrivo a Tamanrasset nel 1905, una parte importante delle sue giornate ai lavori linguistici che considerava una priorità nel suo apostolato e che terminò solo pochi giorni prima della sua morte.

[29]

“Ismaele e Israele” è anche il titolo di una conferenza tenuta al gruppo giudeo-cattolico a Parigi il 30 gennaio 1938, in cui Monchanin si interessava ai legami spirituali tra gli eredi di Abramo. E’ pubblicata parzialmente in F. JACQUIN, L’abbé Monchanin. A l’écoute d’un prophète contemporain, Parigi, Parole et silence, 2012, pp. 72-75.

[30]

Fino alla fine della sua vita, Monchanin espresse il suo rifiuto di ogni facile sincretismo e promosse, invece, una “emulazione nella santità” e uno scambio di doni spirituali tra le diverse tradizioni religiose. “Io detesto l’eclettismo”, scriveva, più di mezzo secolo fa, Brahmabāndhav Upādhyāya, il precursore. “Ogni concordismo altera e corrompe i due termini che pretende di tenere insieme con la sua arbitraria e fallace mediazione” (J. Monchanin”, Guhāntara, Mystique de l’Inde, Mystère chrétien, Parigi, Fayard, 1974, p. 269). Vedi anche: Y. Vagneux, Co-esse, pp. 450-456.

[31]

Ricordiamo le parole della Shahādah:

Ašhadu an lā ilāha illa-llāh, wa-ašhadu anna Muḥammadan rasūlu-llāh, che può essere tradotto così: “Testimonio che non c’è divinità se non Allah e testimonio che Maometto è il Suo messaggero”. Una simile professione di fede vieta di affermare quanto professato di Gesù da parte dei cristiani: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza (homoousios) del Padre”. La sura IV,171 del Corano su questo punto è chiara: “O gente del Libro, non eccedete nella vostra religione, e non dite su Dio altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria, non è altro che un inviato di Dio, la Sua parola lanciata verso Maria e uno spirito che proviene da Lui. Credete dunque in Dio e nei Suoi messaggeri e non dite “tre”. Smettetela! Sarà meglio per voi! Dio non è che un Dio unico, [troppo] glorioso per avere un figlio. A lui appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Basta Dio come garante” [trad. Ignazio De Francesco].

[32]

Si tratta della casta degli Udayār di cui si parlerà più avanti.

[33]

Francesco Saverio (1506-1552) evangelizzò, dopo l’arrivo a Goa nel 1542, i Paraveri – casta di pescatori intorno a Capo Comorin, l’estrema punta meridionale dell’India. Padre Monchanin si trovava in quella regione, vicino a Tiruchirapalli.

[34] Oberammergau è un villaggio in Alta Baviera, in cui ogni dieci anni dopo la peste del 1633, i residenti hanno fatto voto di mettere in scena una “sacra rappresentazione della sofferenza, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo”.

[35]

Il gesuita Roberto de Nobili (1577-1656), a causa della ricchezza del suo lavoro sui testi sacri dell’hinduismo e la missione presso i bramini di Tiruchirapalli, è stato spesso posto in parallelo con Matteo Ricci (1552- 1610) in Cina. Tuttavia, il suo apostolato costituisce un’eccezione nella Chiesa indiana, che si è rivolta principalmente, a partire dalla missione portoghese nel XVI secolo, verso le caste inferiori e gli intoccabili (paria o dalit).

[36]

Si tratta forse di sacerdoti provenienti dalla Chiesa siriana giacobita stabilitasi nel Kerala nell’India meridionale e separata da Roma.

[37]
L’indipendenza dell’India, che faceva parte dell’Impero britannico, fu proclamata il 15 agosto 1947.

[38]

Le Upaniṣad sono speculazioni filosofiche a partire dai Veda – i grandi testi liturgici alla base del culto braminico. Le Upaniṣad, che risalgono all’ VIII-V secolo a.C., sono la “testimonianza del senso di stupore dei primi pensatori dell’India di fronte al problema e al mistero dell’essere e della vita, dell’uomo e di Dio, e delle straordinarie immersioni metafisiche e mistiche da essi compiute nel mistero stesso” (J. Monchanin, “Upaniṣad”, Ermites du Saccidānanda, Parigi, Casterman, 1956, p. 203).

[39]

Il Śaivasiddhānta è la corrente hinduista di bhakti – via di devozione – del paese Tamil che ebbe come ispiratori i 63 santi nāyaṉmār tra i quali bisogna citare: Tirumūlar (VI secolo), autore del Tirumantiram;

Appar (VII secolo); Sambandar (VII secolo); Mānikkavāsagar (VII secolo), autore del Tiruvāsagam e Tirukkoveiyār;

Sundarar (IX secolo), autore di inni raccolti nel Tevaram.

[40]

Si tratta del sannyasa, rinuncia volontaria. Quando viene intrapresa formalmente in giovane età, impone il celibato (brahmācarya) perpetuo. Tuttavia, siccome ogni hindù sente il dovere di generare figli per pagare il “debito” verso i genitori che gli hanno dato la vita, solo ottenendo la benedizione paterna egli può essere sollevato da tale debito e libero di abbracciare il sannyasa.

[41]

Cf. Mundaka Upaniṣad III, 2,78: “Come i fiumi che scorrono e si perdono nel mare, lasciandosi dietro nomi e forme, così l’anima illuminata, liberata dal nome e dalla forma, si fonde nel Puruṣa [uomo divino], che è più alto di ciò che è più alto”.

[42]

Alcuni anni dopo la morte di Monchanin, un sacerdote indiano ha riconosciuto che “è stato lui che malgrado il suo apparente fallimento, ha dato una scossa alla coscienza cattolica dell’India, mettendo in discussione i metodi tradizionali e l’autocompiacimento della Chiesa in India, chiusa su se stessa, mentre vive un tragico malinteso con l’India e l’ hinduismo” (D.S. Amalorpavadass, “L’Eglise en Inde est-elle indienne?”, Bulletin du Cercle Saint Jean-Baptiste V-3,1965, p. 137).

[43]

Monchanin qui si riferisce alle due grandi correnti del pensiero filosofico hinduista circa l’idea dell’Uno e del molteplice. La prima è il Parināma-vāda,

dottrina della trasformazione, che postula il multiplo come una modalità dell’Uno, l’altra è il Vivarta-vāda, dottrina dell’ illusione (māyā) che non riconosce al multiplo nessuna consistenza ontologica di fronte all’Uno. E’ doveroso citare qui due grandi maestri del Vedānta – uno dei sei sistemi (darśana)

filosofici indiani: Śaṅkara (788-820), esponente del Vivarta-vāda e Rāmānuja (1017-1137), esponente del Parināma-vāda. Per maggiori dettagli su queste teorie e sulla questione della creazione nel pensiero indiano, cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 381-420, 437-438.

[44]

Parmenide, Il Poema, strofa 2. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 32-35.

[45]

L’India possiede tre vie spirituali principali per giungere all’Assoluto: la jñānamārga, via di conoscenza spirituale che, attraverso uno svuotamento della personalità umana si avvia verso la realizzazione spirituale dell’Assoluto senza modalità e totalmente impersonale; la bhaktimārga, via di devozione e d’amore, di completo abbandono e dono di sé all’Assoluto che appare nel volto dell’Iṣṭa-devatā (divinità di elezione) o anche del guru;

il karmamārga, via dell’azione morale puramente disinteressata, compiuta in considerazione del dharma (dovere), senza alcuna aspettativa di ricompensa in questo mondo o nel mondo venturo. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 407-408.

[46]

Cf. Atanasio di Alessandria, De sententia Dionysii, §17.

[47]Giungiamo qui al nocciolo della teologia trinitaria di Monchanin, incentrata, grazie al termine co-esse (l’essere come comunione), sul concetto della circumincessione delle persone divine. Infatti, piuttosto che ricorrere alla categoria tradizionale di sostanza per parlare dell’unità divina, Monchanin preferiva quella di comunione (co-esse) del Padre, del Figlio e dello Spirito. Ciò comportava però la costruzione di un’ontologia trinitaria al fine di rendere conto della radicale novità dell’unità divina di fronte a tutte le concezioni filosofiche dell’Uno in Grecia come in India. L’Essere (esse) doveva quindi essere visto come comunione (co-esse), e la persona – divina o umana – come relazione e dono (esse ad alterum) piuttosto che possesso di sé (esse sibi). Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 23-174.

[48]

Il concetto di circumincessione (co-esse) non veniva utilizzato da Monchanin solo per render conto della vita divina, ma anche per rendere conto escatologicamente della creazione deificata in Cristo: il Pleroma. Infatti, nel cuore del compimento finale di ogni cosa, le persone umane vivranno esse stesse in circumincessione, in quanto divenute puro dono le une per le altre e in questo intime le une alle altre giacché sono anche puro dono a ciascuna delle Tre Persone divine. Questo mistero di comunione nel dono, nell’amore e nell’amicizia è quello che la Chiesa – e a fortiori, una comunità religiosa – fin da ora è chiamata a vivere nel tempo presente. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 294-304.

[49]

Non bisogna, ovviamente, intendere questo come se si parlasse di tre dèi, ma piuttosto di una triplice alterità nel mistero dell’unico Dio, quella del Padre, del Figlio e dello Spirito che la teologia trinitaria greca ha indicato con il termine ipostasi e quella latina con quello di persona. Tuttavia tenere in conto la triplice alterità divina – messa ancor più in luce mediante il concetto di comunione ipostatica (circumincessione) piuttosto che di sostanza – è della massima importanza di fronte all’hinduismo per cui l’Assoluto è Uno in quanto esclude radicalmente ogni alterità e quindi respinge, a livello del creato, ogni molteplicità. Il co-esse è stato l’essenza della critica fatta da Monchanin, come cristiano, al pensiero indiano, in particolare alla non-dualità (advaita) di Śaṅkara. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 511-516.

[50]

Si delinea qui una visione, propria di Monchanin, di divinizzazione dell’ uomo come partecipazione alle relazioni intra-trinitarie. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 85-103, 270-281.

[51]Queste righe conducono al cuore della vocazione missionaria indiana di padre Monchanin nelle sue dimensioni intellettuale e contemplativa, a partire dai primi studi condotti nei suoi anni di vita lionese fino alla sua silenziosa consumazione nell’ ashram dello Shantivanam che fu la prefigurazione (sempre a livello embrionale) dell’ “Ordine della Trinità”. Cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 423-­429.

[52]

Questa prima conversazione si conclude con la visione assolutamente cattolica della singolare vocazione di ciascuno dei popoli nel momento in cui saranno trasfigurati dal Vangelo e integrati nel Pleroma del Cristo Risorto. Sul ruolo dell’Islam ritorneremo più avanti. Per dettagli più abbondanti, cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 347-354.

[53]

Il termine “primitivo”, oggigiorno obsoleto, era corrente al tempo di Monchanin per indicare i popoli dell’Africa.

[54]

Con questo compimento di Cristo, si deve intendere quel che Monchanin chiamava “Pleroma”, cioè il Risorto una volta che avrà reintegrato in sé tutta la creazione, tutte le civiltà, tutte le persone umane.

[55]

Si tratta di madre Véronique, così chiamata comunemente dalle sue consorelle con il nome arabo di umma,

“madre”, che è lo stesso termine usato per indicare la comunità dei credenti musulmani in tutto il mondo.

[56]

La sostituzione, l’espiazione, la compassione e la corredenzione sono stati aspetti essenziali della teologia missionaria di Jules Monchanin – in particolare rispetto alla vocazione missionaria dei contemplativi. In questo egli andava perfettamente d’accordo con il suo amico Louis Massignon che invitava, a partire dal 1947, i membri della Badaliya ad offrire se stessi come “ostaggi” in sostituzione dei loro fratelli dell’Islam. Questo stesso Massignon aveva ricevuto da parte di J.K. Huysmans (1848-1907) la particolare attenzione che egli dedicava alle grandi figure di compazienti nella storia della Chiesa e a quelle dei santi “apotropaici” che, con la sofferenza e la preghiera, nella fondamentale solidarietà con ogni uomo in seno alla comunione dei santi e con la fiducia nella possibilità di trasfigurazione del male, partecipano in Cristo alla corredenzione di quelli ai quali si sostituiscono. Nella conferenza “Agrégation spirituelle à Israël” tenuta al gruppo ebraico-cattolico a Parigi il 1 novembre 1938, Monchanin dichiarava: “Dio ha voluto che noi fossimo corredentori. Un cristiano che soffre al posto dei suoi fratelli all’interno della comunione dei santi e della Passione di Cristo dà senso alle proprie sofferenze”. Notiamo infine che in questi colloqui di Rabat Monchanin si rivolgeva a delle Clarisse, figlie spirituali del Poverello che aveva ricevuto le stimmate d’amore della Passione e vissuto all’estremo questo mistero della sostituzione corredentrice.

[57] Mons Pierre-Marie Théas (1894-1977) fu vescovo di Montauban prima di essere nominato vescovo di Tarbes e Lourdes il 17 febbraio 1947, pochi giorni dopo questa conversazione con padre Monchanin. Fu uno dei pochi prelati francesi, come mons. Saliège (1870-1956), arcivescovo di Tolosa, a protestare pubblicamente durante la seconda guerra mondiale contro le misure antisemite del governo di Vichy, in particolare dopo i rastrellamenti di Montauban del 26 agosto 1942, facendo leggere in tutte le chiese della sua diocesi la lettera “Sul rispetto della persona umana”.

[58]

Ricordiamo in particolare la diatriba di Léon Bloy (1846‑1917) sui “preti mondani” in Il sangue del povero (1909).

[59]

L. Massignon, “Notre Dame de La Salette”, Dieu vivant 7, 1946.

[60]

Il “Deuxième Bureau” era il servizio di spionaggio dell’esercito francese tra il 1871 e il 1940.

[61]

L. Zander, “Le précurseur selon le père Boulgakov”, Dieu vivant, 7, 1946.

[62]

Il Circolo san Giovanni Battista fu fondato nel 1944 a Parigi da Marie Le Roy Ladurie, madre Marie de l’Assomption (1896-1973), membro delle Ausiliatrici del Purgatorio. Con l’aiuto di Jean Daniélou (1905-1974), che ne fu il cappellano, il circolo formò una intera generazione di giovani cattolici alla “spiritualità dell’Avvento”. Cf. F. Jacquin, Histoire du Cercle Saint Jean-Baptiste. L’enseignement du père Daniélou, Parigi, Beauchesne, 1987; ID., Mère Marie de l’Assomption. Fondatrice du Cercle Saint Jean-Baptiste, Parigi, Karthala, 2008.

[63]

Madre Marie de l’Assomption aveva il desiderio di fondare l’ “Ordine dell’ Avvento”, con ragazze provenienti dalla grande borghesia. Tuttavia, il progetto non prese mai forma.

[64]

La signorina Vulhopp dirigeva la società missionaria belga delle “Auxiliaires de l’Apostolat” (Auxilium), fondata dal cardinal Mercier. Si rivolse a Monchanin per tenere conferenze e ritiri durante l’inverno 1938-1939, mentre lui stava compiendo il periodo di noviziato presso la SAM a Lovanio.

[65]

Dopo il Vaticano II e la Costituzione Lumen gentium, i temi della chiamata universale alla santità e della missione per tutti i battezzati possono sembrare un dato comunemente recepito … Però all’epoca di Monchanin non era ancora così per tutti.

[66]

A Lille si è formato intorno al 1932, il movimento Ad lucem o Associazione dei laici universitari cattolici e missionari. Si trattava di un aiuto tecnico e spirituale ai paesi di missione al fine di promuovere un laicato autoctono adulto. Una figlia spirituale di Monchanin, Marie-Thérèse Prost (1905-1971), entrò in questo movimento e partì per il lebbrosario di N’dem in Camerun fondato dal dottore Louis-Paul Aujoulat (1910-1973), che era anche il presidente del movimento Ad lucem.

[67]

Nella sua lezione a Lione del 1937: “Corps mystique et missiologie”, Monchanin, applicando nuovamente la sua visione trinitaria alla teologia della missione, osservava: “La comunione dei santi assumerà un aspetto concreto nella comunione del popolo che avremo scelto, giacché l’agape sul piano della Chiesa globale è troppo vasta perché noi possiamo realizzarla. Abbiamo bisogno di immagini ridotte della comunione dei santi. Per prima si presenta l’immagine della terra della nostra vocazione. Questo scambio e questa tensione alla comunione devono in primo luogo stabilirsi tra le anime di questa terra a immagine della tensione di comunione che c’è nella Trinità. Non dovremmo dimenticare le altre terre. E’ cosa preziosa per noi avere altre terre per legare nel covone dei nostri offertori, insieme alla spiga che abbiamo scelto, le spighe di tutti gli altri popoli, al fine di fare un solo pane” (J. Monchanin, Théologie et spiritualité missionnaires, p. 49).

[68]

Dietro queste righe si trova la visione che Monchanin coltivava del “sur-islam” – cioè l’Islam nella sua trasfigurazione cristica e nel suo inserimento all’interno del Pleroma ecclesiale – il Corpo di Cristo risorto. Nel “Projet de directoire pour la fondation de la communauté de Bou-Saada”, comunità a cui appartenevano altre tre sue figlie spirituali, Claude Bouiller (1908-2001), Andrée Zénone (morta nel 2005) ed Emilie Chuzeville, Monchanin scriveva: “sur-islam: questo neologismo significa una certa visione dell’Islam che richiede un progetto di apostolato. L’Islam è colto non come pura aberrazione umana né come un’eresia cristiana, ma come una storia religiosa che, essendo sostanzialmente vera, è un’attesa del Regno di Dio nella Chiesa” (J. Monchanin, Théologie et spiritualité missionnaires, p. 172). Più che alla conversione individuale, si mirava qui alla conversione di tutta la civiltà che l’Islam ha fatto sorgere in modo che nel Pleroma escatologico si depositi quel dono singolare che lo Spirito ha fatto all’Islam: la custodia della divina Trascendenza al fine di “manifestare in pienezza la mistica del Dio-Uno in cui si compiono la mistica cristica e la mistica trinitaria della circumincessione”. Va da sé che, come per Massignon, in Monchanin l’Islam svolgeva un ruolo singolare nella storia della salvezza, come un riflusso dell’Antico Testamento dopo la rivelazione cristica, come degli strati rocciosi antichi che, trascinati dalla lava, emergono dal profondo della terra in superficie a ricoprire gli strati più recenti. Per maggiori dettagli faremo riferimento a J. Monchanin, “Voies d’accès de la pensée musulmane vers le Mystère chrétien”, Théologie et spiritualité missionnaires, pp. 167-171; “Projet de directoire pour la fondation de la communauté de Bou-Saada,” ibid., pp. 171-180, come pure alle sintesi di F. Jacquin, “Jules Monchanin et l’Islam”, Islamochristiana 23, 1991 pp. 27-42 e Y. Vagneux, Co-esse, pp. 335-354.

[69]

H. Kraemer, The Christian Message in a Non-Christian World, New York, Harper, 1938.

[70]

J. Menasce, “La théologie de la mission selon M. Kraemer”, Nouvelle Revue de Science Missionnaire 1, 1945, pp. 241-257. Jean de Menasce (1902-1973) era un domenicano francese di origine egiziana che si è particolarmente interessato al mondo ebraico e a quello iraniano.

[71]

J. Daniélou, “Aspects barthiens du problème missionnaire”, Dieu vivant, 6, 1946, p. 127.

[72]

Nel suo articolo del 1948 “Religions e civilisations indiennes” Monchanin riprese la sua critica della svalutazione delle culture religiose operata da Hendrik Kraemer (1888-1965) e dal Protestantesimo barthiano: “Non ritroviamo forse ancora una volta, anche se ad un livello più sottile e ispirato da un pessimismo radicale di origine luterana, una visione generica che delimita i luoghi e i tempi in cui il Verbo di Dio poté manifestare il Padre, e lo Spirito operare le metamorfosi interiori? Forse che la Parola biblica sovrasta il mormorio quasi impercettibile del Paraclito e la Città di Dio vela la tenda provvisoria in cui l’anima e il suo Dio hanno potuto dialogare nel segreto?” (J. Monchanin, Mystique de l’ Inde, Mystère chrétien, pp. 85-86).

[73]

Occorre qui ricordare le parole di Henri de Lubac (1896­1991), che fu grande amico di Monchanin: “Vedere nel cattolicesimo una religione tra le altre [ … ] significa sbagliarsi sulla sua essenza [ … ]. Il cattolicesimo è la Religione. È la forma che deve assumere l’umanità per essere finalmente se stessa. Unica realtà che non abbia bisogno di opporsi per esistere, esso è quindi il contrario di una “società chiusa”, ma qui cattolicesimo indica uno “spirito” più che un “contenuto” (H. de Lubac, Catholicisme. Les aspects sociaux du dogme, Parigi, Le Cerf, 1938, p. 256).

[74]
J. Danielou, “Les orientations présentes de la pensée religieuse, Études 249, 1946, pp. 5-21.

[75]

Il passaggio attraverso la notte oscura della Passione è essenziale nell’antropologia di Monchanin affinché la persona sia liberata dal peccato e così giunga alla sua singolare vocazione nel Corpo Mistico. Per ulteriori sviluppi, cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 226-237.

[76]

Come i missionari, i contemplativi, secondo Monchanin, devono vivere il mistero della sostituzione spirituale soprattutto rispetto al popolo a cui si sono consacrati e in cui si sono sepolti per essere la “immagine precorritrice di quello che possono e devono essere questo gruppo, queste persone e questa comunione di persone – nel Corpo mistico di Cristo, nella piena visibilità della Chiesa cattolica” (J. Monchanin, “Mise au point du directoire de Bou-Saada”, Théologie et spiritualité missionnaires, p. 176). Essi devono anche essere le primizie della trasfigurazione cristica del loro popolo di elezione, specialmente nello sviluppare una preghiera, una teologia e un’estetica a lui proprie. Per maggiori sviluppi, cf. Y. Vagneux, “Une vocation inachevée”, Missions Étrangères de Paris 458, 2011, pp. 54-59.

[77]

Si tratta di Maria, una vecchia cieca abbandonata da tutti che Charles de Foucauld battezzò nel 1903 a Beni-Abbès. In precedenza, aveva battezzato nel 1902, Abd Jesu, un piccolo schiavo africano che aveva riscattato.

[78] Jules Monchanin ha sempre seguito con attenzione il fiorire delle varie congregazioni che si richiamavano a Charles de Foucauld. Così, nel 1935, nel corso di un primo viaggio in Algeria, visitò le fondazioni dei piccoli fratelli di Gesù a El Abiodh e, nel 1954, René Voillaume (1905-2003) venne a trovarlo al Shantivanam. Per di più, la sua figlia spirituale Claude Bouiller ospitò per un po‘ di tempo a Bou-Saada Magdeleine Hutin (1898-1989) che fondò nel 1939 le piccole sorelle di Gesù. Infine, in India, Monchanin stette vicino alle Suore del Sacro Cuore di Gesù a Trivandrum e predicò loro dei ritiri. Un ampio panorama di tutte queste fondazioni si trova in: R. Voillaume, Charles de Foucauld et ses premiers disciples. Du désert arabe au monde des cités, Parigi, Bayard, 1998.

[79]

Qualche anno dopo, in una lettera non datata, Monchanin scriveva a proposito della cappella di Rabat: “La cappella è bellissima, pensata da suor Christilla e finalmente tradotta nella pietra. Questo stile sobrio è quello dell’Islam, quello che richiede la futura Chiesa araba per poter nascere. Il tabernacolo fuori dall’altare, riprende una antica usanza e, essendo collocato nel muro di cinta, è in sé un simbolo: il Segno che include tutti quanti i segni – che li mette insieme oltrepassandoli. Tutto il mistero di kenosis, morte e vita (tristitia vestra vertetur in gaudium [la vostra afflizione si cambierà in gioia] Gv 16,20), di transustanziazione del pane (e dell’amore) è qui, in simbolo e verità. Il “giardino chiuso” del Cantico – la sua spiritualità non di conquista, ma di testimonianza – o meglio, di presenza (adhuc tecum sum [e sono ancora con te],Salmo 138, introito di Pasqua) – la sua presenza, quella del Verbo incarnato, la nostra, quella delle sue membra, in mezzo a coloro per cui è venuto, ha sofferto ed è morto, a coloro per cui è risorto e rimane ancora nella carne (glorificata) sotto le specie eucaristiche, in questo pianeta, suo e nostro per il tempo e l’eternità: questa epifania dell’amore splende, ma celata, in questa parete demolita … e sia demolito il vecchio muro di separazione fra due popoli: Israele, l’elezione che non passa, e i goyim chiamati anch’essi insieme con Israele fin dall’origine alla condivisione di un dono che non si spezza; e sia demolito anche il muro di Ismaele, opaco nei confronti del passato di Israele e del futuro della cristianità.

Salutate ogni sorella, a me nota o sconosciuta. Ditele la mia stima, il mio amore, la mia attesa per Ismaele e Israele [ … ]. E quelle messe in arabo – preludio ai canti futuri – che voi partorite. Siate – nel dolore e poi nella gioia – le madri di quella Chiesa araba senza la quale non esiste Chiesa universale”.

[80]

In una lettera inedita del 25 luglio 1987 a Françoise Jacquin, il gesuita Pierre Ceyrac (1914-2012) raccontò come avesse ricevuto in dono da Monchanin quelle stesse parole di Rut a guisa di motto della sua vita in India: “Proprio lui mi aveva suggerito, durante una di quelle lunghe conversazioni che continuavano fino a tarda notte, quale motto della mia vita missionaria le parole di Rut la moabita a Noemi sua suocera, che le consigliava di ripartire per il suo paese di Moab: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”(Rt 1,16). Non ho alcun dubbio che questo fosse anche il suo motto missionario … Per lui, la vita missionaria era kenosis e incarnazione, scelta totale e permanente di un nuovo popolo e di un nuovo paese, di un nuovo modo di essere e di vivere”.

[81]

Ritroviamo qui la sequenza dei tre verbi assumere, purificare e trasfigurare in parallelo con i misteri dell’Incarnazione, Passione e Risurrezione del Signore. Con questi verbi, Monchanin tracciava la missione che ha la Chiesa (specialmente nei suoi missionari e contemplativi) nei confronti delle varie culture affinché le loro singolari vocazioni siano progressivamente integrate nel pleroma di Cristo ricapitolando in Lui tutta la creazione. Tale sequenza si ritrovò qualche decennio più tardi nel Concilio Vaticano II: “Siccome, dunque, il regno di Cristo non è di questo mondo, la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutta la dovizia di capacità e di consuetudini dei popoli, in quanto hanno di buono, e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Poiché essa ricorda bene di dover raccogliere con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti, e nella cui città portano i loro doni e offerte” (Lumen Gentium 13). Per maggiori dettagli, cf. Y. Vagneux, Co-esse, pp. 342-345.

[82]

In riferimento al volto dolente e glorioso, occorre tentare di dire una parola sul riferimento discreto, da parte di Monchanin, alla sua figlia spirituale divenuta superiora del convento di Rabat e che aveva preso il nome di madre Véronique del Volto Santo. Clotilde Vacheron, la quale in gioventù si era allontanata dalla fede della sua infanzia, sfogliando una rivista s’imbatté nella riproduzione del volto dell’Uomo dei dolori così come appare in negativo sulla Sindone di Torino. Rimasta profondamente colpita da tale visione, le fu consigliato di andare a incontrare padre Monchanin nel suo confessionale. Molti anni dopo, Madre Véronique raccontò tale incontro in questo modo: “Quello che mi ha detto, io assolutamente non me lo ricordo; e che cosa gli ho detto? Probabilmente niente di niente! Semplicemente, in quel momento, per me, ho incontrato lo stesso volto che avevo già visto aprendo la rivista. Perché quello che ho conosciuto, posso dire che è quanto io ho visto di più simile all’Uomo dei dolori – e se devo parlare di padre Monchanin è solo in questo senso, perché lui era davvero, e lo è stato fino alla fine, un volto dell’Uomo dei dolori. Dentro di sé, padre Monchanin ha vissuto fino alla fine della sua vita al limite della disperazione, non lo si dimentichi! Questa cosa non si vedeva nei libri o nei suoi scritti, non si vedeva negli incontri, ma chi lo conosceva intimamente, chi era penetrato nel suo cuore, sapeva che lui stava vivendo, possiamo dire, la disperazione del mondo che ha portato su di sé in un modo tale che ci si chiede come abbia fatto a vivere; perché quello che ha sofferto materialmente e fisicamente è poca cosa rispetto alla sofferenza intellettuale e morale che ha subìto” (Madre Veronique, Conferenza inedita sullo swāmi del 26 agosto 1974). Se pure vanno prese cum grano salis queste confidenze di una religiosa già anziana, che aveva un carattere contraddistinto da una grande fiamma di passione, si deve però stare attenti a cogliere lo stesso ritornello della prova corredentrice che attraversa tutta la vita e tutti gli scritti di Monchanin. Questa testimonianza può essere accostata a un’ altra più antica, sempre di Madre Véronique: “L’unico responsabile di questa vita annientata è Dio, un Dio d’Amore a forma di Croce. No, lui non si aspettava che tutto avvenisse da sé. Sapeva che non avviene nulla se non nell’ora di Dio, e quando il grano è morto, o piuttosto ha acconsentito a morire [ … ]. Scrìvano pure quello che vogliono, ma non scriveranno mai la sua vera storia. La sua intelligenza incatenava troppo l’attenzione. Coloro che lo ammirano, capiscono davvero quale prezzo lui abbia dovuto pagare questo schiacciante fardello? [ … ] Tutto questo d’altronde mi ha illuminata sul rispetto e la riconoscenza che si dovrebbero nutrire sempre per il ministero mortificante del pensiero e della compassione amorosa, per coloro che hanno accettato per noi di assumere tale ministero fino a morire” (Lettera inedita di madre Véronique a Henri Le Saux dell’8 gennaio 1958).

[83]

C. Péguy, L’atrio del mistero della seconda virtù, 1912.

[84]

In India, Monchanin aveva dolorosamente sperimentato l’interruzione di ogni comunicazione epistolare con l’ Occidente durante la seconda guerra mondiale. Le poche informazioni che poteva raccogliere qua e là gli fornirono lo spunto per meditare sulla “crisi della speranza”, titolo tra l’altro di una conferenza che tenne nel 1948 a Pondicherry. Tuttavia, Monchanin credeva nella “missione dell’Occidente”, questa sua singolare vocazione, che era quella di portare al vertice “l’affermazione della personalità di Dio e dell’uomo”. In una lettera scritta durante la guerra, confidava al suo alter ego:

“Comunque non dispero dell’Occidente. La forza potrà anche riportare un trionfo prepotente, il pensiero potrà pure scomparire, e la Chiesa essere ridotta alle catacombe. Ma la forza non può avere l’ultima parola, né il pensiero spegnersi, né la Chiesa smettere di crescere fino alla Parusia del Figlio dell’uomo. Credo nella missione dell’Occidente, come in quella dell’India e in quella della Cina. Anche se dilaniato, anche se soggiogato dai suoi elementi corrotti (di quella corruzione, di cui anche tutti gli altri elementi sono colpevoli, in misura minore), l’Occidente rimane se stesso con la sua inquietudine che può essere creatrice (rischiando però di esasperarsi e diventare morbosa), con il suo senso dell’umano e, nonostante tutto, il suo universalismo” (Lettera di Jules Monchanin a Édouard Duperray del 17 giugno 1940. Cf. F. JACQUIN, Una amitié sacerdotale, Bruxelles, Lessius, 2003, p. 131). Ancora prima, egli indicava un rimedio per tutto ciò che può essere tentazione di disperazione in Occidente scrivendo che esso “ha d’altronde bisogno di crearsi una spiritualità: il movimento verso l’esterno, spontaneo in Occidente, deve essere compensato da un movimento ad intus che può essergli insegnato dall’India. Non deve autocompiacersi; deve uscire dai suoi confini, e amare le altre culture in ciò che è loro essenziale. Deve superare se stesso in un moto intellettuale e spirituale verso l’universalismo e, ancora di più, in Dio “(J. MONCHANIN,” L’Inde et l’esprit de l’Ancien Testament”, Terre Entière 1, 1963, p. 50).

[85]

In uno dei suoi ultimi testi in India, che serviva da manifesto dell’ ashram fondato insieme a p. Le Saux, Monchanin scrisse delle righe indimenticabili sulla missione dei contemplativi nel cuore della Chiesa e del mondo: “Il contemplativo non contempla per sé, quasi fosse una monade. Riceve dalla Chiesa – e se monaco, perfino in forma istituzionale – la missione di contemplare. Al crocevia del secolo, del deserto e dell’eternità, la Chiesa mediatrice trasforma il mondo con i suoi laici, i suoi sacerdoti, i suoi religiosi e religiose attivi, e quindi lo offre, impregnato dei doni dello Spirito, al Padre mediante il Verbo. Essa destina al deserto quelli e quelle da lei scelti, separati e consacrati alla “lode della gloria” di Dio solo. Questi esseri separati, primizie di eternità, svolgono l’insostituibile mansione di pura adorazione, di proclamazione con il loro stesso silenzio, dell’ “unica cosa necessaria” e di annuncio della Parusia: la sola cosa desiderabile in cui ogni desiderio viene assorbito. Senza di loro, la Chiesa, privata della sua corona, si appesantirebbe in mezzo alle realtà contingenti della terra – un peso ormai troppo grande che il lievito dell’eternità non riuscirebbe più a sollevare. E ai suoi occhi si oscurerebbe l’orizzonte del futuro ultimo che, solo, finalizzando il tempo del mondo e della storia, le conferisce il suo significato globale [ … ].

Un ampio frammento di Chiesa – un continente, un popolo – seppure fondato sulla roccia dell’episcopato autoctono, non può fare a meno di simili precursori. La loro assenza sfigurerebbe la Sposa del Verbo e disorienterebbe gli uomini, cristiani o no, in questo rovesciamento di prospettive, di cui sperimentiamo già ora i danni, che pensa il mondo come il fine della Chiesa e non più la Chiesa come il fine del mondo. In una società laicizzata che giudica tutto secondo i criteri sociali e tende a ridurre scienza e filosofia al ruolo di strumenti del progresso, la Chiesa sente, più che mai, l’urgenza di “giardini chiusi”: luoghi e segni dei beni futuri e impareggiabili. I non cristiani hanno il legittimo diritto di vedere la Chiesa così com’è nella sua missione globale: vòlta verso gli uomini da fasciare e salvare, ma in primo luogo a Dio da adorare e amare. Soprattutto là dove, come in India, all’eterno viene riconosciuto il primato sul tempo, all’Assoluto sul contingente, la scarsità della mansione contemplativa altererebbe l’immagine della Chiesa, al punto da farne bestemmia …

Coloro che sono scelti dalla Chiesa per una vita simile, “la parte migliore che Maria ha scelto, e che non le sarà tolta” (Lc 10,42), non sono invitati né all’evasione né all’ Eden. Dio basta a loro. Ma questo Dio è il Padre Universale. E come cercarlo in Cristo senza cercare, con lo stesso movimento, insieme a Cristo, “ciò che è perduto”? Il loro deserto è il luogo della comunione con i loro fratelli invisibili: ne condividono, nel loro modo proprio, i problemi e le ansie, portano insieme con loro il peso delle loro colpe comuni e le espiano immergendole nel sangue del Crocifisso; offrono al Padre l’oblazione del mondo intero. La loro è una vocazione di anticipatori. Essi prefigurano, già in questo secolo, l’Eone futuro: la vita in Dio che non finirà, quella in cui “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28)” (J. Monchanin, “Au nom de l’Eglise”, Ermites du Saccidānanda, pp. 21-23).

[86]

“Rimanete in Dio”.

[87]

“Rimanete in Cristo, rimanete nello Spirito”.

[88]

Più esattamente: “E’ per questo motivo che il Verbo si è fatto uomo e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: affinché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così da esso la filiazione divina, diventi figlio di Dio” (SANT’IRENEO, Adversus haereses, III, 19,1).

[89]

Evagrio, Trattato sulla preghiera, sentenza 124. Cf. I. Hausherr, Les leçons d’un contemplatif. Le traité de l’oraison d’Evagre le Pontique, Parigi, Beauchesne, 1960, p.158.

[90]
“Eccomi, io vengo a fare la tua volontà”.

[91]
In una nota inedita, Monchanin scriveva: “Messe inesauribili ogni giorno, per riportare Cristo alla sua agonia e il “pubblico” “alla mansione della preghiera … Un “pubblico”; – mentre bisognerebbe mettere in ginocchio l’intera umanità: in questo caso basterebbe una Messa”.

[92]

“La vostra tristezza si cambierà in gioia”.

[93]

Queste parole sono ancor più commoventi per chi sa quello che Monchanin aveva appena vissuto nei suoi primi sette anni in India, sepolto nelle campagne del Paese Tamil e del tutto tagliato fuori dall’Occidente a causa della guerra. Aveva riassunto questa prova confidando, durante la sua visita a Parigi nel dicembre del 1946, a madre Marie de l’Assomption, fondatrice del Circolo San Giovanni Battista: “Entriamo in profondità nel legno … sì, saper vivere e morire senza che una stella sorga nel nostro cuore; questa è la missione”. Bisognerebbe citare anche questa lettera [scritta] pochi mesi dopo il suo arrivo in India e appena dopo l’inizio della guerra in Europa: “Futuro invisibile. Ma ho trovato la pace in questa tenebra sconfinata … Offro il dolore del mondo, e lo ricapitolo nella Messa [ … ]. Più che mai bisogna aggrapparsi alla Parusia e vivere questa unità finale. Ho la penosa impressione di segnare il passo da tutti i punti di vista e di essere avvolto in una sorta di generale apatia. I migliori desideri rischiano di spegnersi in un’atmosfera priva di ossigeno”(Lettera di J. Monchanin a M. Prost del 6 ottobre 1939, Mystique de l’Inde, Mystère chrétien, p. 153).

[94]

Qui Monchanin mostra come la vita di comunità con la sua unità costituita dalla riunione dei diversi carismi singolari dei suoi membri, sia una prefigurazione del Pleroma di Cristo in cui ogni eletto vivrà in circumincessione con gli altri.

[95]

SANT’IRENEO, Adversus haereses, IV, 6,6.

[96]

Appare chiaro qui quale fosse secondo Monchanin il compimento della contemplazione cristiana: la partecipazione nell’amore alla vita intima della Trinità. In una nota inedita, diceva di tale contemplazione: “Incessantemente, l’anima deificata, conformata al ritmo trinitario, viene al Padre nello Spirito e mediante il Verbo, e va dal Padre allo Spirito attraverso il Verbo; si raccoglie nell’Uno, dispiegandosi nelle tre Persone, [l’anima che è] divenuta essa stessa circumincessione”. Un simile punto di vista trovava la sua conferma nel poema Fiamma viva d’amore di Giovanni della Croce e nel commento che ne fece il mistico carmelitano accennando alla “aspirazione nel profondo di Dio” operata dallo Spirito in colui che è giunto al termine del cammino spirituale, una volta dissipate le notti dei sensi e dello spirito nel risveglio finale. Fin da giovane Monchanin ebbe come costante compagno il carmelitano spagnolo, di cui diceva in una conferenza nel 1934 a Lione: “San Giovanni della Croce vive, nel loro estremo rigore e nella loro tensione estrema, i termini opposti di uno stesso movimento mistico: notte e fuoco, totale negazione – di sé, del mondo e di un Dio sentito, compreso o provato – e pienezza di comunione – al di là della conoscenza e dell’amore – con il Dio vivente, uno e trino e però senza modalità. Penetrato in profondità nella croce, non desiderando più nulla se non di imitare un Cristo annientato, [Giovanni] penetra in quell’istante, senza saperlo – grazie a questo non-sentire e non-sapere – in un Cristo risuscitato e che risuscita, insieme con lui, l’anima e il mondo; egli si muove, come deiforme, all’interno delle relazioni trinitarie e s’assorbe nel profondo della Deità” (J. MONCHANIN,

Mystique comparée”, L’abbé Jules Monchanin, p. 160). Per ulteriori sviluppi, cf. Y. VAGNEUX, Co-esse, pp. 270-290.

[97]

“Rimanete nell’ amore”.

[98]

“Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”.

© Edizioni Zikkaron 2018

Titolo Originale Tout réunir en Christ

© Ed. Lessius 2016

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