don Milani e Dossetti

Sono andato a Barbiana solo due volte, pur essendomi occupato di scuola per tutta la vita, a carriera quasi conclusa: la prima nel 2007, con il liceo classico cattolico paritario di don Orioldo, di sicuro impianto neotomistico; la seconda nel 2011, a ritirare un premio di “Educazione alla cittadinanza” vinto da una classe del mio liceo scientifico statale, ipersperimentale e laicista (al centro di “Lettera a una professoressa” c’è sempre, implicitamente, l’art. 3 della Costituzione), in un ideale itinerario tra Monte Sole di Marzabotto – dove nel cimitero della strage è sepolto don Dossetti – e Barbiana, che ora è un vero e proprio “sentiero della pace”.

Ce lo siamo chiesti più volte, anche in passato, noi che abbiamo cominciato a frequentare Dossetti a ridosso della pubblicazione di “Lettera a una professoressa” e della sua immediata diffusione nel mondo giovanile e studentesco di cui facevamo parte, perché don Giuseppe in più di trent’anni non abbia mai pronunciato una sola volta, anche solo in forma privata tra di noi che gli eravamo vicini, il nome di don Milani o fatto riferimento, anche solo indiretto, a lui e alle tematiche da lui sollevate.

Non sappiamo se si siano conosciuti di persona, anche se due lettere (del ’52 e del ’55) di don Milani a Gian Paolo Meucci possono far pensare di sì. Non è da escludere che si siano incontrati, che qualcuno a Firenze li abbia presentati l’uno all’altro. E’ strano comunque che non ce ne siano tracce e che non ne sappiamo nulla, perché Dossetti non si dimenticava di nessuno e, soprattutto in tarda età, tornava a riflettere su molti di quelli che lo avevano interessato, positivamente o negativamente. Di don Milani nulla. È anche vero che noi non gliene abbiamo mai chiesto nulla.

Dossetti era del ’13, Milani del ’23: dieci anni di differenza a quell’epoca potevano essere una distanza rilevante. L’uno era un personaggio pubblico di primo piano, l’altro solo un giovane prete di provincia. Comunque, non si spiega.

Perché, a ben vedere, il “milieu” dei due era molto comune, almeno fino al ’58, quando Milani comincia a diventare un caso come prete, con la pubblicazione di “Esperienze pastorali”; ma resta comune anche dopo, fino alla morte di Milani, dieci anni dopo. Si può dire, infatti, che la sua “fortuna critica” come scrittore, ma anche una parte considerevole della sua attività di curato a Calenzano e di priore a Barbiana, dipendano in misura rilevante, siano sostenute, “difese” finché possibile, pubblicizzate, da figure di ambiente dossettiano, laico ed ecclesiale, più o meno vicine personalmente a Dossetti, politico e intellettuale e poi prete dal ’59: La Pira, ovviamente, ma in modo particolare Gian Paolo Meucci (sostituto procuratore a Firenze, capo ufficio legislativo del Ministero del Lavoro con Fanfani e La Pira, dal 62 presidente del Tribunale dei minori, discepolo di don Facibeni e uomo autorevole dell’associazionismo cattolico fiorentino), Benedetto De Cesaris (partigiano, fondatore con G. Pastore e M. Romani del Centro Studi Nazionale della CISL a Firenze), Enzo Forcella (giornalista de “La Stampa” e del “Giorno”), insieme a Giorgio Pecorini (“L’ Europeo” e “L’ Espresso”) vero e proprio ufficio stampa di don Milani, Ettore Bernabei (direttore del “Giornale del Mattino” di Firenze), Mario Gozzini (direttore editoriale della Vallecchi), Nicola Pistelli (assessore della giunta La Pira e leader della sinistra giovanile democristiana); mons. Bartoletti (già allora un vero e proprio “devoto” di Dossetti, nel ’58 vescovo a Lucca), padre Turoldo, padre Balducci, don Piovanelli, don Barsotti.

“Esperienze pastorali” esce con il nihil obstat, solo perché, su interessamento personale di La Pira, porta la prefazione, un vero e proprio saggio in forma di lettera personale a don Milani, dell’ arcivescovo di Camerino Giuseppe d’Avack, dossettiano della prima ora, che attesta: “Le sue conclusioni sono d’accordo col mero spirito della Chiesa”. Troppo: interviene il S. Uffizio, che l’anno dopo ne ordina il ritiro dal commercio perché “confonde le menti e non è sul giusto binario”.

Il saggio di d’Avack ricalca molto l’impianto argomentativo del discorso di Dossetti “I laici e l’apostolato “, tenuto in Cattolica nel ’49 a seguito del famoso articolo di Lazzati “Azione cattolica e azione politica”, a difesa della netta distinzione dei due “piani”, contro i Comitati Civici integralisti di Gedda. In buona sostanza d’Avack diceva: le “supplenze pubbliche” dei cristiani, soprattutto del clero, dovevano essere considerate finite, perché finito è il sistema religioso di Stato, e bisogna tornare all’essenziale: i cristiani alla vita cristiana e i preti a quella sacerdotale. Fin qui dunque c’è una grande sintonia oggettiva tra il discorso che don Milani fa in “Esperienze pastorali” e il pensiero che Dossetti aveva espresso fino al ’52, quando con le dimissioni dalla Camera dei Deputati aveva dismesso ogni “supplenza politica” per dedicarsi agli studi e fondare un “centro di documentazione per le scienze religiose”. La candidatura a sindaco di Bologna nel ’56 (proprio mentre La Pira lo era di Firenze), che aveva causato tanto sconcerto e disapprovazione proprio tra le fila dei dossettiani “più ingenui e affezionati”, era una mera “obbedienza” al cardinal Lercaro di cui in quell’ambiente molto si discuteva e mi pare improbabile che don Milani non ne sia stato portato a conoscenza dagli amici fiorentini.

La reazione di don Milani alle dimissioni politiche di Dossetti si inscrive perfettamente in quel vero e proprio “dramma” dei cattolici della sua generazione che non si daranno pace per lungo tempo del ritiro del loro leader politico, fino ad esprimere pubblicamente il proprio rammarico, nel ’59, alla sua ordinazione sacerdotale (Mario Rossi, ex presidente GIAC). Così infatti don Milani scrive a G. P. Meucci, che lo aveva informato una ventina di giorni prima, a testimonianza della sua prossimità con Dossetti, da Calenzano il 21 giugno ’52: “Tre minuti dopo la tua partenza ho attentamente esaminato il bagaglio di idoli che m’avevi infranto. Purtroppo come sai ne avevo anch’io di idoli infranti. Ma ieri sera è stato troppo. Fino a ieri p.es. usavo consolare i miei ragazzi colla promessa di una redimibilita’ della parte migliore della DC. Dicevo loro che colle preferenze potremo ricostruire un partito cristiano fatto tutto di sindacalisti e di massaie. Della Cisl m’hai insinuato il sospetto d’infiltrazioni del dollaro. Dell’Acli massa di manovra ecclesiastica. Di Fanfani conformismo. Di La Pira paternalismo. Dell’Aci merda. Di Pio XII merda. Di De Gasperi merda. Di Adesso (la rivista di don Mazzolari, ndr. ) merda. Di Dossetti disperazione. Oppure no forse qualcosa di peggio. Di Dossetti stima illimitata. Ma in questa stima per l’uomo che s’è trovato solo nel deserto quasi un invito anche a me che “siamo soli”. Sentirci due o tre dalla parte di Dio e tutto il resto nel più sporco tradimento. In questa conclusione c’è certo lo zampino di Satana (…). Dunque a priori io dico che certamente tu ieri m’hai ingannato. E non per malizia quanto forse perché ti sei ingannato anche te. (…) almeno 3 soldi di speranza sono il segno sicuro fondato statistico dimostrato che non si lavora nel deserto ma nel seno della grande Ditta di Dio. (…) Se Dossetti passa da Firenze fammi la carità di farmelo sapere. (…) Non ti chiedo vaste amicizie, combutte, chiesole, movimenti, discussioni profonde con gente che m’è affine, massoneria cristiana di sinistra, società di mutuo incensamento. Mi contento solo che se tu non ne hai prove schiaccianti tu non mi distrugga quel filo ch’io tenevo di legame alla Ditta, di speranza, quello insomma con cui speravo di non essere più un “genio isolato e superiore”, ma una intelligente rotellina fra le tante della grande macchina di Dio”.

Poi succede quel che succede: il suo trasferimento per obbedienza a Barbiana, “solo”, a “lavorare nel deserto”.

Gli amici fiorentini non disperano di tenerlo legato a quel “filo di speranza”, di farlo continuare ad essere “una intelligente rotellina della grande macchina di Dio”, sia fisicamente (lo supplicano di essere disponibile a far rendere praticabile la strada per quell’ impervio deserto, proprio come facemmo noi con Dossetti trent’anni dopo per Montesole) sia culturalmente (lo invitano a collaborare ad una loro rivista). Allo stesso Meucci, il 2 marzo ‘55, da Barbiana il priore scrive: “(…) io mi son domandato più volte se fosse mio dovere farmi in 4 perché la strada sia fatta. Se avessi concluso per il sì tu mi avresti visto più volte a rompere i coglioni di La Pira e tuoi e magari a Roma (…). Non ho invece concluso né per il sì né per il no (…). E qui torna bene entrare a parlare del vostro giornale. Quando voi scrivete (se ho ben capito) vi proponete di far andare le cose meglio”.

Comunque nel “deserto” di Barbiana e nella lunga e penosa questione giudiziaria successiva alla Lettera ai cappellani militari (L’obbedienza non è più una virtù) e poi alla Lettera ai giudici, quel “milieu” dossettiano non verrà meno: quella “vasta amicizia”, quella affinità di fondo, quella “ditta” continuerà a provvedere, con contributi personali al funzionamento della scuoletta del priore, con utili contatti con la stampa e la TV (La Pira, seppure “paternalisticamente”, si farà riprendere a Barbiana), con assistenza giudiziaria. Risponde a Meucci: “Vi piacerebbe conoscere le leggi migliori e i governi migliori e i partiti migliori e gli uomini migliori per scaricare su di loro le leve di comando e ottenere che i poveri siano finalmente onorati e che la Chiesa faccia finalmente un po’ meno brutta figura . Allora se è così io non posso darti nessun consiglio sul giornale perché non me ne intendo. Vedo che siete tutti molto colti e io invece mi diletto di studi di nessun realizzo sociale quali per es. l’ebraico. (…) Voi vi valete di vocaboli e citazioni e nomi propri che nelle persone colte che vi leggono richiamano milioni di conoscenze già acquisite. Io invece uso ogni parola come se fosse usata per la prima volta nella storia come usano fare gli analfabeti e quelli che a loro si vogliono efficacemente rivolgere. E così vi faccio ridere di pietà e vi passate l’un l’altro i miei scritti come vi passereste un oggetto bello e intagliato nel legno da un selvaggio. Ma sicuri in cuor vostro che io ho torto a chiudermi e che voi siete a posto nell’aprirvi al mondo della cultura moderna. (…) Mandami pure al diavolo oppure da Zalla (lo psichiatra di Firenze) a farmi curare, ma io vorrei sapere da te (e poi da tanto desidero saperlo anche da Dossetti e da Benedetto De Cesaris) che serve sprecare intelligenze belle e culture e cuori d’oro come avete voi a profusione per rivolgersi poi a degli intellettuali. Va bene che interessate degli intellettuali della montagna e dell’Asia e del sindacato cioè dei diseredati, ma ciò non toglie che se vi si considera un tutto solidale (cioè voi che scrivete agli intellettuali e gli intellettuali che vi leggono) il vostro giornale non è che un’immensa sega. (…) Così anche voi ai poveri non gli fate una sega nulla quando parlate di loro ai non poveri. Sì lo so che dai poveri ci vai dalla mattina alla sera (…) so anche che il tuo agire cioè quello di La Pira produce un magnifico rimescolare di coscienze nel mondo borghese e forse anche in quello dei poveri (?). Vi ammiro e vi amo e prego per voi che vi riescano tutte, ma quando penso alla vostra ricchezza intellettuale e alla povertà intellettuale di altri non posso fare a meno di pensare che, a scrivere un giornale per i ricchi vi sprecate volgarmente. Vuoi tu che i poveri regnino presto? Vuoi che regnino bene? Scrivi dunque un libro per loro o un giornale per loro oppure fatti apostolo tra i tuoi compagni laureati cattolici per dar vita a una grandiosa scuola popolare (…) sarà evidentemente intitolata a Socrate e non al Sacro Cuore (…) non consegnare a loro dunque le cose che abbiamo costruito e che stanno cadendo da tutte le parti, ma solo gli arnesi del mestiere (cioè più che altro la lingua, le lingue ecc.) perché costruiscano loro cose tutto diverse dalle nostre (…)”. Impressionanti corrispondenze, questa ispirazione socratica e questo invito a non restare avvinghiati a rovinose eredità, con gli appelli civili dell’ultimo Dossetti quarant’anni dopo!

Ecco, don Milani aveva fatto la sua scelta (“vale di più il pubblico che mi son scelto”, “scrivere un libro per loro”, “il mio mestiere”). Ciononostante, questo filo di legame oggettivo continuerà fino al ’74, quando l’intervento personale di Michele Ranchetti, professore di storia della chiesa a Firenze, amico di Lorenzo dagli anni universitari, artistici e poetici a Milano, collaboratore del Centro di documentazione per le Scienze Religiose fondato da Dossetti a Bologna nel ’53, convince la madre di don Milani a lasciare tutte le carte del figlio a quell’istituto, di cui Dossetti era ancora presidente responsabile e scientificamente “vigile”, nonostante avesse già imboccato la strada del proprio “deserto” o “esilio” (dirà A. C. Jemolo sul “Corriere della Sera”, già recensore tra i più autorevoli e incoraggianti di “Esperienze pastorali”). Le stesse carte che ora costituiscono l’opera omnia pubblicata dai Meridiani, con la curatela scientifica di quell’istituto.

La “fortuna critica” di don Milani, al di là del “donmilanismo” dilagante dopo la pubblicazione di “Lettera a una professoressa”, della sua morte e del ’68 (un vero e proprio “esproprio culturale” in buona fede, forse), all’inizio come alla fine, si può dunque dire che dipenda oggettivamente e in modo rilevante, se non prevalente, dal “dossettismo” (che, si badi, fin dal suo inizio non è solo e principalmente un movimento politico, ma essenzialmente un più vasto e articolato movimento di opinione e di orientamento religiosi) suo e di quella dossettiana generazione fiorentina.

Marginalmente si potrebbe ricordare che nel ’94 Dossetti nel discorso ai preti di Pordenone “Un itinerario spirituale”, rivendica per sé anche un ruolo educativo “nel transito stesso dell’azione politica”. In effetti lo si potrebbe ricostruire anche nei dettagli, in vari ambiti, ed esiste persino una sua relazione tecnica del ‘59-‘60 ad un ministro della pubblica istruzione su un’ipotetica riforma della scuola superiore, ma non si può in Dossetti parlare di un interesse pedagogico-scolastico in senso stretto.

Per ciascuno di noi c’è nella vita un fatto, una persona che costituisce una sorta di “illuminazione”, un’intuizione, un incipit, attorno al quale poi non si finisce che girare, spesso senza rilevanti ulteriori approfondimenti di quel grado di conoscenza iniziale. A Reggio Lettera a una professoressa arrivò nelle scuole occupate dal movimento studentesco nel novembre del ’68. La mia “illuminazione” non fu il libro nel suo complesso, ma specificamente la pagina 84: Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto, grande. Che non presupponga nell’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte (…). Ma questo è solo il fine ultimo da ricordare ogni tanto. Quello immediato da ricordare minuto per minuto è d’intendere gli altri e di farsi intendere. Facevo la prima magistrale. Trascrissi quella pagina su un foglio protocollo rigido, la incollai al muro sopra il mio scrittoio e lì la tenni fino alla laurea.

Neanche un anno dopo, nel luglio del ’69 (il Sessantotto è un lasso di tempo, un periodo), ascoltai per la prima volta Dossetti, un personaggio di cui avevo sentito parlare perché reggiano, ma come don Milani altrettanto estraneo al mio ambiente di formazione. Si trattava – si vede che era destino – di un discorso ai preti diocesani, come fu quello di Pordenone del ’94, preludio della sua ultima “supplenza” politica. In entrambi i casi ero un…clandestino. Effettivamente, lo debbo riconoscere, fu un’altra cosa che leggere don Milani: non migliore, non diversa nel senso di contrastante, ma un altro step, diciamo così, di quella “illuminazione”, che si andò ad integrare con il primo. Cosa fu non so ancora dirlo bene, perché altrettanto essenziale quanto inessenziale, omogenea quanto eterogenea. Mi verrebbe da dire approssimativamente così: in quelle due voci, in quelle due parole, di don Milani e di don Dossetti, vidi per la prima volta la inevitabile drammaticità del rapporto tra la libertà dello spirito, della coscienza individuale e il potere, ogni potere, esercitato sulla terra, e la persuasivita’ di una scelta personale, per quanto dolorosa.

Don Dossetti tornava da un lungo viaggio in India, Bangkok e Medio Oriente. In un contesto, bisogna dirlo, tipicamente sessantottino: un vero e proprio scontro di poteri, con dei vincitori e dei vinti. Si era nel pieno della guerra del Vietnam e il 1 gennaio del ’68, per la chiesa prima “Giornata mondiale della pace”, l’arcivescovo di Bologna Lercaro, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II e dei grandi elettori di papa Paolo VI, di cui Dossetti era provicario generale (secondo la tradizione cum iure succesionis) in cattedrale aveva detto che “la Chiesa non può essere neutrale in guerra e in pace” e aveva perciò invitato gli USA a interrompere i bombardamenti a tappeto sul Vietnam del Nord. La Pira, che abbiamo visto don Milani tanto nomina, in quei giorni veniva ricevuto da Ho Chi Min, a cui portava in segno di omaggio le medaglie di padri costituenti sua e di Dossetti. Il cardinale Lercaro fu “destituito”, come ormai anche gli storici di professione dicono esplicitamente, e con lui Dossetti. Iniziò così anche per lui una fase di oggettiva e non meno dura emarginazione, di rimozione, di silenzio, finanche di “esilio”, di “deserto”, seppure volontario, che durò vent’anni. Subito dopo quella drammatica interruzione del postconcilio bolognese Dossetti, proprio nel maggio del ’68, aveva scritto ai suoi le ragioni della propria “svolta del 68”: “Avevamo forse lasciato crescere in noi delle illusioni (…). Ora a noi è sicuramente precluso qualunque tipo di azione culturale o operativa, diretta o indiretta: anzi, noi siamo di fatto sempre più esclusi e respinti da tutti. Egualmente, da un certo tipo di impostazione gerarchica da parte di chi ha il potere, ma anche da un certo tipo di azione di base (culturale, operativa, ecc.) da parte di chi si oppone al potere delle istituzioni, ma con mezzi e con scopi che sono ancora di potere (…). Gli altri – tutti – ormai ci impediscono e ci impediranno sempre più ogni intervento, tutti, dico. I detentori del potere e coloro che ad essi si oppongono. I conservatori e i novatori. I difensori del sistema e quelli che lo contestano globalmente. (…) Tutti, senza eccezione, consciamente o inconsciamente, tendono a rifiutarci, a escluderci. In verità, nessuno che cerchi da noi qualche cosa d’altro che non sia il nostro puro essere e che implichi qualche mediazione o qualche supplenza storica o culturale. Quando noi lo conoscemmo Dossetti era proprio un vinto.

È stato un viaggio in cerca della fede (diceva ai preti reggiani tentati in quegli anni, come tutti in Occidente, dalla “teologia della liberazione” e feriti dall’abbandono dei seminari e dalla crisi delle vocazioni, nel pieno della contestazione di tutto un mondo che sembrava andare a pezzi) che mi ha dato una nuova giovinezza. Ho visto come sia piccola l’Europa, quasi inconsistente, e come sia piccolo e limitato l’intero Occidente e come grande sia la nostra responsabilità di occidentali. Sono stato potentemente umiliato, ho patito le più grandi e più concrete, profonde, spirituali umiliazioni della mia vita. (…) Il prete deve essere uomo dello spirito, non uomo delle esperienze; le esperienze proprie e degli altri le profetizza, cioè deve essere un uomo di esperienze spirituali, che deve aver marciato avanti nelle vie dello spirito, un capocordata nelle vie dell’esperienza religiosa. Se invece vive nelle esperienze, il prete è semplicemente l’ultimo dei rimorchiati, un gregario, (una coda): viene irrimediabilmente dopo gli altri. Come prete, se no, non capisco cosa ci stia a fare; se no ritrovo un nuovo clericalismo, un mettersi al servizio di opere umane con la presunzione di esercitare una funzione di supplenza rispetto a ciò che altri dovrebbero fare. C’è da discorrere molto sul neoclericalismo, lasciatelo dire a chi per 45 anni è stato laico: sento puzza di clericalismo in tutte queste posizioni che sono veramente una abdicazione della nostra unica funzione propria, dell’unica che ci giustifica”.

A sua volta Dossetti fa, è messo nelle condizioni di fare, la sua scelta radicale, e perciò è indotto a radicalizzare, ad assolutizzare un suo proprium, che in questo caso chiama lo “spirito” e poi chiamerà la “Parola”, quella di Dio. Anche don Milani, messo alle strette, aveva fatto la propria scelta, aveva scelto la parola dell’uomo e l’aveva assolutizzata? Solo 25 anni dopo Dossetti ritornerà su quella sua idea della metà degli anni Cinquanta che è veramente il suo proprium: c’è una connessione necessaria e permanente fra le “due parole”, quella di Dio è quella dell’uomo, tra di loro in dialogo ininterrotto e circolare.

Alla presentazione dell’ opera omnia al Salone del libro di Torino, lo scorso anno Enzo Bianchi, l’ex priore di Bose, che si è sempre dichiarato estimatore di Dossetti ed in effetti gli è stato assai vicino, ha detto di essere andato nel ‘66 a Barbiana e di aver conosciuto don Milani. Gli era parso che a lui fossero “estranei” il Concilio, la Parola biblica e la Chiesa come comunità cristiana e che perciò “appariva molto lontano a Dossetti come al card. Martini”. Non voglio entrare nel merito, come in quello della lettera aperta di Sergio Tanzarella, storico della chiesa in una pontificia facoltà teologica, curatore del volume delle Lettere di quell’edizione, in cui Bianchi è accusato di non aver capito nulla di don Milani. (v. Adista News del 18. 06. 17)

È vero che don Milani non parla mai nei suoi scritti del Concilio, della parola di Dio è della comunità cristiana. Alla chiesa non avanza mai critiche dottrinali o spirituali, ma solo di ordine politico e pastorale, diciamo così. Don Milani parla sempre e solo, direi ostentatamente e provocatoriamente, dei propri “interessi” come di quelli degli altri e della chiesa, compresi quelli politici e intellettuali di Dossetti, come del suo/loro “mestiere”, della sua/loro “ditta” (causa?): “Il Papa – diceva – fa il suo mestiere, io faccio il mio”. Da qui ad inferire però che quelle “cose” non lo interessavano, non gli “stavano a cuore” (I care), gli fossero “estranee” secondo me ne corre (“mi diletto di cose di nessun realizzo sociale, l’ebraico”: che “cosa”, che “parola”(!), avrebbe detto Dossetti); ne corre così tanto che alla fine, senza neppure bisogno di “parole”, forse senza alcuna loro reciproca consapevolezza, si torna necessariamente allo stesso punto di partenza.

E’ un azzardo pensare che quando Dossetti e don Milani parlavano della “parola”, con la p maiuscola o minuscola, intendessero in fondo la stessa cosa? Sentite queste “cose” che Pasolini in “Romans”, in quegli stessi anni Cinquanta, mette in bocca a don Paolo, un prete-educatore friulano: “Io sono sicuro che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro racchiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi ne è la soglia stessa, la Parola. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla Parola”.

Insomma, a ben vedere, e rinunciando un poco, ma solo un pochino, alle specificità di Dossetti e di don Milani, al loro “puro essere” individuale, il “proprium” dell’uno e dell’altro, si potrebbe dire che per entrambi in fondo si trattava di una questione molto da “preti”: i preti devono fare il loro mestiere! Ma qual è il “mestiere” del prete? Questa era la questione conclusiva di “Esperienze pastorali”, che secondo me non poteva non piacere a Dossetti, che egli stesso si riproporrà e riproporrà ai preti alla fine del proprio “itinerario spirituale” nel ’94. La questione allora posta da don Milani non poteva, ne fosse stato a conoscenza, non lasciargli ampie aspettative sulla strada in cui si stava orientando quel giovane curato fiorentino. Il libro di don Milani, molto tecnico sul piano della gestione pastorale (proprio come era stata molto tecnica la politica dossettiana che don Milani tanto stimava, al contrario di come la dipingevano i suoi detrattori, per farla apparire astratta, bigotta e utopistica), si conclude con una lettera al confratello don Piero in cui dice: “Anche don Divo (Barsotti, in quegli stessi anni direttore spirituale di Dossetti, che lo aveva appoggiato fino a lì, ma che poi si tirerà indietro, come anni dopo farà con lo stesso Dossetti) dice di me che sono proprio fuori del seminato, che un prete non deve occuparsi di queste cose (industriali e licenziamenti) (…) Questo problema in sé, per quanto sacrosanto, esula dai miei interessi, che son solo nel soprannaturale (…) Abbiamo dunque da scegliere fra tre proposte (e fra queste non scelgo): tornare al non expedit, ritirarci tutti da tutto; seguitare a comprometterci tutti come abbiamo fatto finora; adottare una precisa distinzione di incombenze e di impostazione dei problemi: i preti abbiano un mondo loro inequivocabilmente distinto”.

Ecco, entrambi di fronte alla “disperazione”/”disillusione” sulla redimibilita’ delle cose del mondo, fanno in un modo o nell’altro una scelta radicale, adottano un mestiere inutile, di “nessun realizzo sociale” che li porta dritto dritto alla solitudine, “dalla parte di Dio”. Entrambi – di sicuro per don Milani, per ipotesi in Dossetti – si “aspettavano” molto l’uno dall’altro, qualcosa che forse in quegli anni – ma furono anni drammatici per entrambi – non venne. Don Milani lo dice esplicitamente: è deluso sia politicamente sia culturalmente, io direi anche “spiritualmente” (molti dossettiani di quella generazione porteranno per tutta la vita il peso di quella stessa delusione, le conseguenze, la “croce” – riconoscerà lo stesso Dossetti – che gli era stata caricata addosso con quelle speranze…tradite. Dossetti non lo dice mai, ma chi ha avuto le occasioni e il tempo per intuire lo spessore delle sue delusioni, può immaginare che si potesse aspettare un passo avanti in quella ricerca dello specifico, del “proprium” del prete esposta in “Esperienze pastorali”, che invece poi non ci fu in don Milani. Si potrebbe ipotizzare che vedesse, invece, in quell’abbraccio totalizzante del “mestiere” di maestro, all’interno di un flusso esperienziale così piegato sui tempi, un “ritorno indietro”, una forma fine, moderna, eroica, persino santa di neoclericalismo. Per certi versi analoga a quella di don Ivan Illich, in quegli stessi anni principe dei descolarizzatori. È un caso che fosse anche lui un estimatore di Dossetti (in questo caso i due si conoscono assai bene), al punto di desiderare, con l’aiuto dell’amico Paolo Prodi, la dislocazione di una sede del Centro di documentazione per le Scienze Religiose di Bologna a Cuernavaca-Città del Messico (CIDOC)?

Un “ritorno indietro”, diceva Dossetti a chi, anche tra le gerarchie ecclesiastiche, lo avrebbe voluto di nuovo, proprio perché ora prete, in una funzione educatrice di rinnovamento della classe dirigente cattolica, a cui per sé non era più disponibile, perché il costo sarebbe stato troppo alto: perdere irrimediabilmente il proprio specifico, diventare comunque “gregari”, “code” di empirismi occidentali, di un mondo cioè che stava andando in frantumi. Ma sì, diciamolo, il costo, il rischio almeno di passare da don Milani al “donmilanismo”.

Senonché alla fine, il tardo Dossetti corse anche lui il suo rischio, tornò indietro anche lui, con un ultimo discorso ai preti si assunse la sua ultima “supplenza storica”, quella dei Comitati per la difesa della Costituzione, con i quali si creò il milieu costitutivo dell’Ulivo. Oggi, piaccia o non piaccia (a lui certo non piacerebbe), paga il costo di essere per tutti omologato nello sbiadito pantheon dei padri nobili del cosiddetto “cattolicesimo democratico”.

Una storia per entrambi, sul versante politico come su quello ecclesiale, che ha molto in comune. Anche a posteriori.

Reggio Emilia, 25 febbraio 2018

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