Luigi Pedrazzi: Un intellettuale cattolico attraverso le aporie del XX° secolo

Ringrazio per questo invito a Sovere, dove vengo per la prima volta, tanto più gradito quanto più inaspettato, a ricordare insieme Gigi e a riflettere insieme sulla sua buona, ricca, multiforme e nondimeno problematica figura, sulla sua inesausta esperienza umana, cristiana, intellettuale e politica in mezzo a noi, uomini come lui del XX secolo, per fare il verso al Dossetti del Discorso di Pordenone del ’94, sul quale egli riflette a lungo proprio in conclusione a Sette giorni a Sovere del 2002. Uomini, appunto, dell’altro secolo, seppure ancora e sempre protesi al futuro, secondo l’insegnamento del comune maestro, ma un po’ “datati”, in certa misura trattenuti da una certa dose di “nostalgia” (da cui Gigi vorrebbe liberarsi), se non proprio dei…sopravvissuti. Almeno rispetto all’acmé, al punto culminante, della nostra formazione e delle nostre potenzialità.

A Pedrazzi questa idea della storia, che inevitabilmente corre più veloce di noi e ci travolge, ha un po’ – io credo – sempre ripugnato, istintivamente, per un dato suo caratteriale anzitutto, ma anche culturalmente. Nell’archivio “Fanti”, raccolto all’Istituto Gramsci di Bologna, c’è una sua lettera del 13 gennaio 2006 con la quale manda all’ex sindaco una copia di “Resistenza cattolica”, che mi sembra particolarmente emblematica di lui: Caro Guido, spero che il libro ti interessi perché ci sono alcune cose che ti riguardano e che però debbono essere prese in considerazione, anche politicamente operative, solo dopo il 9 aprile (si tratta delle elezioni politiche in cui l’Unione di R. Prodi vincerà con soli 24.000 voti in più delle liste berlusconiane, ndr.) se tutto andrà bene (speriamo?). Allego anche le bozze di un prossimo articolo sul “Mulino”, nel quale anticipo qualcosa di un programma “neoconciliarista” del quale vorrei parlarti. Ne ho informato anche Ardigò. Che vecchi tremendi che siamo!.

“Un vecchio tremendo” vada, ma di essere, o meglio di poter diventare un vecchio…sopravvissuto di un’epoca ormai finita, non riesco ad immaginare che si sia mai dato pace del tutto, neppure negli ultimi otto anni (il nostro ultimo colloquio, franco e profondo, chiamiamolo pure confronto, risale al 2009). Forse avrà voluto predisporsi a prendere atto che almeno la storia ecclesiale sembrava andare in direzione opposta alle sue aspettative e a quelle di un’intera generazione di cattolici, ma la rievocazione di quei tempi conciliari – come ha ben ricordato N. Apano su “3cdem” – soprattutto il suo modo partecipato, collettivo, tradiva da subito l’attesa che una circuitazione della conoscenza di quei fatti, di quelle idee, di quello spirito conciliare fosse ancora vitale per le generazioni successive alla sua e che ci fossero ancora, comunque, ampi margini di fruttuosa seminagione.

Voglio credere che non la salute o la stanchezza dell’età abbiano posto fine a quel lavoro (Il nostro ‘58), ma la sorprendente elezione di papa Bergoglio. Deve essersi dato dello stupido per aver temuto, per la prima volta nella sua vita, che uno sviluppo progressivo delle cose, seppure faticoso e sofferto, si sarebbe interrotto per un tempo non breve. Quella volta deve averlo temuto davvero e, oltretutto, a consolarlo, a prenderlo in giro pur spronandolo, comunque a “guardarlo alle spalle” non c’era più neppure don Giuseppe. Per lui, come per altri della sua generazione e formazione (penso a R. La Valle, a G. Bianchi che ci ha lasciati proprio in questi giorni), infine quasi un risarcimento a quell’accidentato loro cinquantennale percorso, la consolazione finale di papa Francesco.

Nella “Postilla a Resistenza cattolica” del 2006, dove come sempre Gigi tira delle conclusioni alla luce del pensiero e dell’esperienza di Dossetti, dice: Se si vuole bene a don Giuseppe (…) se si cerca una fedeltà concreta alla sua lezione…. Assume cioè l’amore come una categoria gnoseologica, come elemento coessenziale della conoscenza di un fenomeno, che può essere veramente conosciuto in tanto in quanto è stato/è amato. Io ho voluto molto bene, e per lungo tempo, a Gigi. Di questo dirò eventualmente in seguito; per ora mi limito a dire che questa categoria viene prima di ogni altra nella mia interpretazione della sua figura. Per il resto – lo dico altrettanto subito il sugo del mio pensiero – Pedrazzi secondo me è stato certamente un intellettuale autentico, nel senso proprio gramsciano del termine. Per Gramsci l’intellettuale (il “giornalista” o il “persuasore” in modo eminente) non è “organico” perché tutto interno e coerente e strumentale, in ogni sviluppo operativo del proprio lavoro, alla concezione di un partito politico in un dato momento storico, seppure nobilitato da un percorso rivoluzionario ideologico di lunga durata. Non casualmente, e certo non nel senso togliattiano, nei suoi anni politici Dossetti usa così frequentemente il termine “organico”: un progetto, un disegno, un programma “organici”. Tanto da infastidire spesso i comunisti (soprattutto quando lo usa a casa loro, a Palazzo d’Accursio), che gli chiedono conto del significato, per loro ambiguo, da attribuire all’aggettivo. Questa accezione strumentale, machiavellica dell’intellettuale è quella che se ne è data dentro il PCI del dopoguerra. Per Gramsci, invece, non esiste homo faber che si possa separare dall’homo sapiens e il rapporto tra lo sforzo di elaborazione intellettuale e lo sforzo muscolare non è mai lo stesso; la funzione sociale immediata, la direzione in cui grava il peso maggiore dell’attività specifica professionale è ciò che differenzia le persone. Elaborare un nuovo rapporto tra i due sforzi, a fondamento di una nuova e “integrale” concezione del mondo, è la funzione dell’intellettuale. Perciò è organico.

In buona sostanza, è il problema capitale della nostra Costituzione, e perciò dei giovani che si affacciavano alla vita in quel dopoguerra, e perciò di una possibile democrazia postfascista, certo, ma soprattutto post-liberale, non formale, ma sostanziale. Si badi, un problema non solo per i contrasti oggettivi che pur rimanevano, ma anche un problema della coscienza di quella generazione di giovani, che solo tardivamente si erano posti il problema dell’incompatibilità della loro fede cristiana con i regimi autoritari, senza peraltro averne ancora immaginato alcuna risoluzione. Ciò che venne formulato sinteticamente con l’art. 1: “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Dossetti, è vero, nella I sottocommissione dei 75, in Costituente, spiega a Togliatti, pensieroso, e agli altri attoniti (Basso, Moro, La Pira, ecc., in una foto del “Gazzettino” in prima, con didascalia “I costituenti al lavoro”) che è da intendersi come lavoro qualsiasi attività o disposizione d’animo e intenzionalità di vita individuale e collettiva che, integrando la personalità umana, concorra allo sviluppo materiale e spirituale del Paese (e perciò è lavoro persino la preghiera delle suore di clausura). Ma in una riunione della DC di Modena, nel marzo del ’46, alla richiesta di precisazione di un militante, non esita a definire il lavoro manuale “un po’ più lavoro degli altri”, anche cristianamente parlando. Perciò ne deriva l’art. 3 (“La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”).

Un intellettuale Pedrazzi, certo, ma – è questo il suo punto nevralgico – un intellettuale che ha voluto essere essenzialmente e anzitutto e dopotutto e nonostante tutto, un intellettuale cattolico. E ciò (se è possibile dire così) se gli ha dato la sua cifra, la sua forza d’animo, la sua speranza, non lo ha sempre aiutato a fare chiarezza. Essendo questo, oltre ogni limite, l’unico elemento indiscusso della propria identità intellettuale e morale, gli ha certamente “salvato l’anima”, ma organicamente gli ha talvolta precluso di distinguere “i tempi e i piani” (come segnalava Dossetti a Rossena nel ’51, a motivazione del suo ritiro dalla politica) delle cose e del proprio impegno intellettuale e politico, oltre che quello possibile del cattolicesimo. Gli ha impedito, in buona sostanza, proprio quello che ripetutamente dice di aver visto in Dossetti, cioè di vedere “realisticamente” le cose e i loro possibili sviluppi. In questo sì – ma lo sapeva bene anche lui – era diverso da don Giuseppe. Non dico nel senso intimo, privato, della propria coscienza, ma in quello pubblico della propria funzione professionale “gramsciana”, abbiamo detto, mai dismessa, di persuasore collettivo, anche sul piano meramente ecclesiale. Ha scritto sul “Mulino” e su tutti gli altri giornali come intellettuale cattolico, ha militato in politica come “cattolico democratico”, ha detto a più riprese e senza soluzione di continuità, in un arco di tempo di almeno 50 anni e in contesti ecclesiali e politici diversi, di essere un “cattolico dossettiano”.

Eppure, già in lui prima ancora che nel secolo, emerge un’aporia. Nel ’92 sul “Mulino”, in un articolo intitolato “Quanto è vicina e quanto è lontana l’esperienza di Dossetti?”, confessa: “Sono un dossettiano autodidatta. Dossetti non mi ha voluto guidare (quando e perché non lo dice mai, però!, ndr). Il mio radicale dossettismo è insieme radicalmente autonomo”. Da dove viene questa sua rivendicata autonomia? Il “quando” – dirà un’altra volta – della sua originaria formazione? Leggiamo insieme questa bellissima e commovente pagina di “Resistenza cattolica”, che è anzitutto una confessione di fede: “Ho scritto altrove qualcosa sulla formazione cristiana da me ricevuta, in una famiglia e in una città che mi sono carissime. Anche la chiesa cattolica, nel suo profilo generale ma anche con esperienze particolari, a Bologna molto vitali, mi si è presentata dagli anni Trenta fino ad oggi, vicina e attraente. Resistenza cattolica per me anzitutto significa restare nella formazione religiosa ricevuta. Ma debbo riconoscere con franchezza che una parte di ciò conosce anche l’ombra dell’ambiguità. (…) Tutte le mie Pasque! E’ il lungo ricordo delle Pasque festeggiate, in casa e in chiesa. I primi infantili ricordi di Pasqua sono per me legati ai cestelli di uova benedette, mi dicevano le donne di casa, e poi allo slegarsi delle campane il sabato mattina a mezzogiorno, che in città facevano un coro fortissimo. Natale, Pasqua, Pentecoste, come sono grandi le feste del nostro anno, del tempo e del mondo di tutti!”.

Quel “di tutti” è un altro elemento rivelatore (più di ogni altro) della sua natura intima, della sua identità personale, della sua visione globale, “organica” del mondo e della storia. Come “di tutti”?! Le Pasque della mia famiglia?! Riti pagani e clericali…Certo, il Cristo lo sappiamo è signore della storia ed è venuto per tutti, ma è un dato storico oggettivo (soprattutto del XXs.) e una coscienza collettiva e soggettiva che non tutti lo conoscono e ri-conoscono. Pedrazzi avvertirà in seguito certamente i problemi sociali e ideologici, le aporie irriducibili del suo tempo, li rispetterà e immaginerà di interpretarli e di dialogare con essi modernamente, ma che essi abbiano mai costituito per lui un effettivo, personale problema di pensiero e di fede connessa, secondo me non v’è traccia nei suoi testi e nel mio ricordo delle conversazioni con lui. Pedrazzi, mi pare di poter dire, attraversa “impunemente”, vorrei dire con quella “leggerezza” gnoseologica che lo ha reso a tutti così amabile e dialogico, le aporie del secolo, e in questo continuo rinvio del momento veramente agonistico, drammatico, del confronto teorico e antropologico con esse, io lo capisco: mi viene da dire persino che ha fatto bene a rinviarlo sine die, perché sarebbe stato uno scontro probabilmente inutile, sproporzionato. C’era per fortuna – sua e nostra – per questo don Giuseppe; queste non erano cose per noi, nel caso ci avrebbe pensato lui.

Non si creda: l’esperienza del “Mulino” non va sovradimensionata nella formazione di Pedrazzi. Anzitutto non lo aveva “laicizzato”, per così dire, più di tanto. Quando gli tocca (non è lui che sceglie, è scelto come “pedrazzino”!), anche a nome di quel sodalizio, sedere in Consiglio Comunale con Dossetti, avverte che i problemi del secolo, le sue contraddizioni e i suoi drammi filosofici ed etici, oltre che strettamente politici, sono grandi come una casa, assai più grandi di come quel gruppo di giovani intellettuali aveva pensato di interpretarli. Non solo quelli del mondo, ma anche quelli della chiesa e della cattolicità rispetto al mondo. Ora Dossetti, visto da molti di loro con giovanile supponenza come un residuo del passato (dirà nel ‘94 Matteucci, che notoriamente aveva di Dossetti una paura persino fisica: “Ha taciuto per quarant’anni, non poteva continuare?!”), ce l’ha lì sotto mano tutti i giorni: può misurarne lo spessore e, con lui, quello del “dramma” generazionale del disciolto dossettismo, della grande disillusione dossettiana della II e III generazione cattolica che avevano creduto di avere anch’esse, grazie a lui, un pensiero organico e non solo una “tecnica politica”, con il quale edificare una nuova, moderna cristianità. Può distinguere, a differenza di Matteucci, fra utopismo e realismo dossettiano (la cosa che più lo colpisce in lui, dice). Per “realismo” Gigi intende la nettezza e profondità delle analisi dei fatti, la padronanza delle “tecniche” della dialettica politica e dell’azione di governo. Ma non si rende conto dell’aporia interna allo stesso cattolicesimo che Dossetti rappresenta nel 900, la rottura di continuità che Dossetti costituisce per quella formazione culturale cattolica che Gigi aveva serenamente, ma non meno profondamente, assorbita, tanto da non darla neppure per discutibile nei suoi paradigmi tomistici, neotomistici (maritainiani) e storicistici. Da lui aveva imparato, ripete, il “realismo” del cattolicesimo, non una nuova cultura cattolica: “Avevo conosciuto altri più colti di lui”. E’ vero che I laici e l’apostolato del ‘49 e Funzioni e ordinamento dello Stato moderno del ’51, la vera e propria organica teorizzazione e, per così dire, “testamento” del dossettismo, non erano più stati rieditati e che, per ascoltare una loro aggiornata continuazione bisognerà attendere fino all’87 con Per la vita della città, ma quelle letture avrebbero ben potuto reificare, per Pedrazzi come per tanti altri giovani intellettuali cattolici del tempo, la distinzione fatta da Dossetti per il discorso del card. Lercaro in Concilio fra gli “uomini delle fonti” e quelli dei “saggi” e dei “manuali”, cioè della cultura di seconda mano.

Quella nuova cultura cattolica, già organicamente elaborata, rimase invece sepolta nella svolta del “silenzio e nascondimento” impressa da Dossetti alla propria avventura nel ’68. Pedrazzi resterà ben saldo, come tutti in fondo, al Galvani, nella Congregazione mariana dei padri gesuiti, nella FUCI di don Neri e mons. Bettazzi, come alla Facoltà di Lettere e filosofia, con Felice Battaglia, in quello “storicismo in salsa cattolica”, traghettato dai suoi discepoli ben oltre il ’68, ancora una volta come niente fosse successo intanto nel mondo. Là, a coronamento del ciclo di studi, si mandavano i migliori – è il caso di Gigi – a fare uno stage di perfezionamento a palazzo Filomarino a Napoli, dal vecchio Croce. Che questo sia il problema di fondo della cultura cattolica del dopoguerra, anche in una città di frontiera come Bologna, Dossetti lo aveva detto subito a chiare lettere, appena investito di qualche autorità dal nuovo arcivescovo, nel ’57 con la conferenza Cattolicesimo e laicismo nel mondo culturale-politico italiano, pensata proprio per una tre giorni dei giovani aclisti diocesani.

Non mi sembra un caso che sia proprio qui a Sovere che Pedrazzi si chieda: “Quando? Vi è una serie di quando spirituale, di formazione di quadri conoscitivi, di puntualizzazione di progetti operativi, che costituiscono, insieme a incontri e relazioni che vi si stabiliscono, la pianta, l’ordito della nostra vita. (…) Così come abbiamo avuto occasione di imparare vicino a Dossetti, eucaristia e scrittura sono il quotidiano più prezioso e profondo”. Ma il “resto”, gli altri “quando”? Perché ci deve essere un resto, c’è e permane comunque, nonostante il nostro grado di consapevolezza. Un medium, un linguaggio applicativo dei contenuti e della realtà spirituale dell’eucaristia e della scrittura, che dall’una rinvia incessantemente alla parola dell’uomo, in un “circuito di connessione permanente”. Altrimenti si resta imbozzolati in una sorta di moderno manicheismo: la dimensione spirituale (alta, altra, ideale), giustapposta a quella temporale (reale), che sarebbe tanto bello viaggiassero insieme, ma “misteriosamente” vanno in direzioni diverse, quando non opposte.

L’aporia irrisolta, il “quando” mancato dell’intellettuale cattolico Pedrazzi, che costituisce il dramma vero, mai compiutamente espresso, ma latente e trasversale tutta la sua attraversata del secolo e tutta la sua generazione, sta per me essenzialmente in questo: essere all’interno, nell’intimo più intimo di “una valutazione delle condizioni culturali, analisi e proposizioni, di cui Dossetti – sottolinea lo stesso Gigi – era padrone sì, ma in solitudine”. Di questa grande “solitudine” (“Meno lo capiscono, più lo applaudono!”, aveva celiato “L’Espresso” durante la campagna elettorale a Bologna), di questa grande rottura di continuità culturale rappresentata da Dossetti nel cattolicesimo italiano – ma a me pare nel cattolicesimo tout-court del 900, sul piano dell’analisi e dei contenuti, ma soprattutto del metodo – Pedrazzi è stato testimone diretto più di molti altri. Essa si verifica infatti non tanto nella Resistenza, in Costituente, nel Partito, ma in Consiglio Comunale a Bologna, in stato di “minoranza”, al cospetto di eventi storici globali: i fatti di Suez e di Ungheria. In campagna elettorale aveva già dichiarato, per giustificare la propria candidatura: “Io ricomincio da zero!”. Lo dirà esplicitamente almeno altre quattro volte, nel prosieguo della sua vita, in corrispondenza con le “svolte” che ad essa imprimerà. Ma il 3 novembre ’56, dal banco di capogruppo indipendente della DC in consiglio comunale, di fronte a quei fatti ideologici e geopolitici, si spiegherà meglio: “La mia cultura è da un pezzo che è andata in pezzi! E in fondo perché è andata in pezzi? Perché io, e credo un po’ tutti noi, siamo figli di un certo tipo di cultura che non è, notate bene, né la cultura borghese né quella marxista, ma che è a un tempo l’una e l’altra, nelle sue premesse e nei suoi sviluppi (…). Non possiamo sottrarci al sentire infrangersi, veramente infrangersi, gli strumenti culturali che hanno formato i nostri maestri. Ripeto, non i nostri maestri borghesi o marxisti, ma i maestri che sono stati volta a volta l’uno o l’altro e che, pur non essendo talvolta né l’uno né l’altro, attingevano in sostanza alle medesime fonti e cioè quello che sinteticamente possiamo dire qui, le fonti del razionalismo e dello storicismo moderno. Quindi io oggi sono un uomo senza maestri e senza cultura, che denuncia la liquidazione del proprio pensiero di fronte alla crisi di una civiltà, che non è crisi di questa o di quella parte, ma che è crisi veramente totale, perché questa cultura è veramente unitaria. Ecco perché per me oggi ogni uomo che si trova a misurare la propria coscienza, la propria cultura, i propri strumenti, le proprie chiavi di interpretazione con gli eventi di fronte ai quali è posto, non può altro che sentire un travaglio profondissimo che gli pone per lo meno il dubbio dell’esigenza di una revisione radicale”.

Togliatti qualche giorno dopo nel Salone del Podestà, lì dirimpetto, all’VIII Congresso del PCI bolognese, è furibondo. Capisce bene che il discorso di Dossetti è destabilizzante sotto ogni profilo e tuona: “Si disilluda questo falso profeta! Nulla vi è di vero e di serio in quello che dice, nelle sue proclamazioni di sedicenti fallimenti. Tiri fuori, invece, ciò che vi è di nuovo, se vi è, nella sua frusta bisaccia!”. Il 12 maggio, a conclusione della campagna elettorale del sindaco uscente Dozza, aveva detto: “Il valore che la lotta che qui si conduce non è solo per la vostra città, ma per tutta la nazione. Dossetti nel presentarsi alla cittadinanza ha detto: “Non ho più nulla addosso, sono uno zero”. Ma un momento: egli è un uomo politico che sulla scena del paese ha adempiuto una certa funzione, ha fatto qualche cosa, e non può spogliarsi del suo passato. E’ troppo comodo spogliarsi del proprio passato quando il proprio passato è quello di un Dossetti. Che cosa è stato Dossetti? Dossetti è l’esempio più flagrante, più caratteristico e più istruttivo anche, che ci sia stato in questo dopoguerra italiano, di continua, insistente e in certi momenti perfino drammatica contraddizione di una coscienza politica (…) da cui non poteva che uscirne con doppiezza e tortuosità, non poteva uscire altro che con un fallimento”. Le stesse parole che userà il capogruppo Fanti alle dimissioni di Dossetti dal consiglio comunale due anni dopo.

Non voglio dire che Pedrazzi su Dossetti la pensasse come Togliatti, ma che ci fosse nella sua riflessione una qualche iperbole sì, una sorta di oratoria captatio benevolentiae sì. L’aporia, l’equivocità, l’illusorietà, la contraddizione, il fallimento: ecco l’esemplarità positiva e negativa della figura di Dossetti nel XX s., le aporie del mondo moderno assunte, incarnate nell’atto di fede cristiano. Non più il dialogo, alla fin fine paternalistico, se non proprio neo-clericale, con il “lontano”, con il “diverso”, ma l’assunzione – questa sì realistica – della stessa “comune” condizione umana, del popolo tout-court, del popolo di Dio come di quello dell’art. 1. Segnala Pedrazzi: “Il problema della sua esemplarità globale. “L’esempio singolare – glosserà Apano – del discepolato cristiano di un laico italiano”. Un vero e proprio “scandalo della coscienza”: non quella morale, ma intellettuale. Perciò, come prima conclusione, vorrei sottolineare che se per il cattolico Gigi ciò che più l’aveva colpito di quella esemplarità era stato il profondo “realismo”, per me proprio nella stessa Gerusalemme, città delle molte fedi, ciò che più mi aveva colpito di Dossetti era invece la profonda “laicità”, o meglio come un’irriducibile fede si potesse coniugare con una non meno irriducibile laicità. Questo nocciolo della questione e della biografia intima di Pedrazzi, lo aveva capito bene E. Berselli, l’allora direttore de “Il Mulino”, a cui Gigi aveva affidato (perché?!) la prefazione di “Sette giorni a Sovere”: “Sarà possibile condurre una vita cristiana secondo una concezione integrale e, nello stesso tempo, esercitare una laicità altrettanto rigorosa? La schematicità grossolana di questa domanda sconta la ruvidità di un aut-aut implicito: eppure l’alternativa potrebbe essere soltanto apparente”.

Ecco infine la domanda cruciale: Pedrazzi, come tutti noi d’altronde, ha capito veramente Dossetti? O cosa ha capito di Dossetti? Non sembri una domanda retorica: ci è capitato di sentire altri, non meno “vicini” a Dossetti di lui, confessare alla fine della propria “avventura” di non aver capito “nulla” di lui.

Pedrazzi dice che il suo libro di formazione è “Giuseppe e i suoi fratelli” di T. Mann: “Sediamo dunque giù, senza timore! Scenderemo forse senza mai fermarci nell’insondabilità del pozzo? Nient’affatto. Si va forse lontano, alla fine del mondo, dove tutto ci è ignoto? No, no è un paese come spesso ne abbiamo veduti (…) su cui brillano le stelle che noi conosciamo. Aprite gli occhi, se li avete chiusi al momento della partenza. Ecco, siamo arrivati”. Con Dossetti, a me pare, in verità si va assai più lontano, “si passa il mare” e a Gerusalemme si staziona solo in transito, per puntare agli “estremi confini del mondo”. Nel settembre del ’57, dopo la campagna elettorale, Dossetti era ritornato su quel discorso della “fine della cultura” otto-novecentesca (in quella conferenza su “Cattolicesimo e laicismo nel mondo culturale-politico italiano”, alla presenza dell’arcivescovo, del sottosegretario agli Interni Salizzoni, del vicepresidente delle ACLI Bersani). Faceva pendant con il discorso che aveva tenuto qualche giorno prima su “La Messa vista da un laico”: “Si commette un grave errore che ha contagiato la comunità cristiana: pensare il rapporto tra la chiesa e la storia (città di Dio-città terrena) sotto questa grave ipoteca, di pensare che la storia debba necessariamente continuare. Che sia effettivamente un grande bene che la storia continua, che si accresca che si allarghi che si allunghi e che solo con grande rassegnazione e dissimulandocelo quasi, ci debba essere purtroppo un ultimo giorno. Piegata la teologia moderna dal dominante storicismo che noi tutti quanti abbiamo subito. E invece la storia deve finire, e presto! Cambia il segno, l’atteggiamento e le scelte. Non potrò più scegliere quelli dominati da una concezione storicistica. Il laicismo in Italia è un fenomeno modesto; un laicismo di decadenza, di epigoni, di gente che viene dopo: code (la caratteristica degli epigoni è di essere più raffinati, non più inventivi). Un fenomeno nettamente ottocentesco, tutto pensato prima del 1914. L’ultimo dei grandi laici dell’800 è Croce. Ha ignorato la grande crisi in cui siamo. (…) Anche la dottrina gramsciana si sforza, è vero, in una certa presa d’atto della Grande Guerra, della Rivoluzione russa, di certe loro conseguenze, integrazioni applicative, ma non dello sfondo fondamentale; nulla di nuovo. (…) C’è anche un laicismo democratico-cristiano (anch’esso ante ’14). Noi cosa abbiamo aggiunto? Qualche pagina francese fra le due guerre, un po’ di maritainismo e mounierismo, ma manipolato con la volontà di mantenere il contatto con Toniolo, la prima DC e il Partito Popolare del ’19. Una miscela venata di storicismo crociano, soprattutto il nostro modo di pensare la politica, dissociandola di fatto in tutta la sua carica interiore, dal fatto sacro e sovrannaturale. Nel parlare equivocamente di “tecnica politica”, di pretendere una sua autonomia. Il laicismo come scintilla problematica è più in mano nostra che di altri; dipende da un senso meno puro e meno cristiano del potere, che dalla iniziativa culturale o storica di altri. In buona sostanza è un problema di clericalismo. Meno pericoloso di tutti è il comunismo che è essenzialmente teologale, non uno Stato ma una Chiesa. Esso può diventare laicista solo se si disgrega in uno Stato grossolanamente pagano e machiavellico”.

Perché questa differenza di approccio alle aporie del secolo fra Pedrazzi e Dossetti? Eppure la fede è la stessa, vorrei dire persino più “solida”, più scontata, indiscussa, dogmatica nell’uno che nell’altro. Perché in Pedrazzi c’è, per così dire, una continuità del cattolicesimo moderno (con l’aggiunta, che vedremo di derivazione dossettiana, della Messa e della Scrittura), una sua evoluzione progressiva, una fede nella necessità evolutiva stessa del cattolicesimo. In Dossetti c’è invece, abbiamo detto, una rottura di continuità. La mia tesi è che, con gradazioni diverse, Pedrazzi alla fin fine (nonostante tutte le reprimende e i moniti che si è presi da don Giuseppe) rappresenti emblematicamente il percorso del “dossettismo” medio, come movimento di opinione, da Rossena in poi, laici o chierici o monaci che siano stati. E che anzi si possa dire, per la saldezza del suo radicamento nell’eucaristia e nella scrittura, oltre che per non aver mai preteso di essere un interprete autentico di Dossetti, un “continuatore”, che è stato più dossettiano di molti altri.

In Dossetti non c’è solo una volontà tenace, ostinata di rompere quella continuità (o meglio di riconoscere esplicitamente che essa si era già compiuta da sé nei fatti), ma c’è proprio un “prius” nel suo approccio al problema del rapporto chiesa-mondo moderno, che negli altri non c’è e ne costituisce l’unicità nel cattolicesimo italiano. Che la questione della laicità sia dunque centrale nella figura di Dossetti ed essenziale per capirne lo spessore globale, dai tempi della querelle sull’integralismo fino ad oggi, tanto che molti di noi che pure lo abbiamo frequentato a lungo non l’abbiamo ancora capita o l’abbiamo fraintesa o, ancor più spesso, non l’abbiamo neppure affrontata, me lo dimostrò indirettamente qualche anno fa mons. Bettazzi, quando mi chiese di pubblicare un suo libro riepilogativo della sua esperienza episcopale che, tutto centrato sulla tematica che lui stesso mi aveva indicata, del rapporto tra il ministero del vescovo e la laicità, volle però intitolarlo – vuoi per prudenza vuoi per modestia – nel modo più antico e convenzionale: “In dialogo con i lontani. Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico” (Aliberti, 2008). A fronte dell’insuccesso editoriale che il volume ovviamente ebbe, lo ripubblicò con le Dehoniane due anni dopo con il titolo: “Vescovo e laico? Una spiegazione per gli amici”. C’era stata una coraggiosa evoluzione, ma ancora una certa reticenza…

Il “prius” laico, o anticlericale, sempre esplicito e mai reticente in Dossetti, dialettico con la dimensione religiosa in lui altrettanto primigenia, sta invece proprio alle origini della sua “avventura”, in quell’humus familiare che, come per Pedrazzi, lo “impasta” (il forno della nonna di Gigi, la farina della madia delle rasdore di Cavriago per don Giuseppe). In “Ho imparato a guardare lontano”, in occasione della cittadinanza onoraria conferitagli dal paese di origine nell’88, dice: “Quanti ricordi dovrei dire di questa università della vita! (ancor più bisognerebbe leggere queste parole in filigrana con la distinzione che aveva fatto sulla “povertà della chiesa” che, si badi, deve essere anzitutto una povertà culturale: gli “uomini delle fonti” da un lato e gli uomini dei “saggi” e dei “manuali” dall’altro, cioè gli uomini dalla cultura di “seconda mano”). “Un dibattito nell’aia di Scartabelli. I cappelli dei contadini. Da una parte don Tesauri, dall’altra l’avvocato Bonavita e in mezzo il nonno Ligabue, padre di mia madre. Quando sono andato al Ginnasio e al Liceo, occupavo la stanza del nonno, che aveva a capo del letto un grande ritratto di Garibaldi. Non c’era il Signore, non c’era il crocefisso, c’era un grande ritratto di Garibaldi. Questa è un po’ la mia educazione giovanile. Un intreccio di ricordi profondamente religiosi e insieme questo virus (disse proprio così!) già inoculato in me, fin dalla primissima infanzia, di un mondo più vasto, di una solidarietà civile, di ricordi di un’età risorgimentale, di una vita politica che allora io non potevo naturalmente definire”.

E’ questo “virus”, secondo me, che renderà per lui sempre e comunque “problematico”, non un dato prevalente della tradizione, l’atto di fede: “Per conto mio il problema Gesù me lo sono posto, me lo pongo e ritengo che me lo porrò per tutti i giorni che avrò ancora da vivere. E ho constatato che il problema non era mai definitivamente risolto e che aveva bisogno e ha bisogno di essere riconquistato ogni giorno di nuovo, in un allargarsi sempre più vasto e in un approfondirsi sempre più abissale: con tutto l’esercizio e acume dell’intelletto e a un tempo altrettanto indispensabile per una soluzione adeguata, con l’impegno coerente e fattivo” (“Il discepolato”, 20 febbraio, ’93).

L’ultima volta che ci siamo parlati e scrutati a fondo, io e Gigi, con tutta la “complicità” e la franchezza derivanti da quarant’anni di conoscenza e comune “discepolato dossettiano”, è stata (dicevo) in un bellissimo tardo pomeriggio romano del 2009, seduti in una distesa di piazza del Pantheon. Eravamo entrambi un po’ delusi per la mancata presentazione alla Biblioteca della Camera dei Deputati del libro “Dossetti a Rossena. I piani e i tempi dell’impegno politico”, che il comune amico Castagnetti aveva fortemente voluto. A causa di un’imprevista convocazione urgente della Camera, la presentazione in cui doveva parlare anche G. Galloni non si fece. Ci venne a salutare solo la Donata Lenzi.

Si trattava della pubblicazione degli Atti del convegno omonimo che Pedrazzi aveva curato nel ’91 a Reggio Emilia, in accordo con l’allora giovane e promettente capo della segreteria politica della DC di Mino Martinazzoli, che mostrava così di raccogliere, almeno nominalmente, l’eredità dossettiana e si accingeva a guidare il cattolicesimo politico italiano da Tangentopoli per i vent’anni successivi, secondo la più bella tradizione dei dossettiani dopo Rossena che, se erano come gli anarchici da Lugano “scacciati senza colpa”, si insediarono quasi tutti saldamente e lungamente al governo del Paese e del Partito, con quel “senso di perennità del servizio cristiano” che è tipico del cattolicesimo italiano. Quel convegno fu molto importante: segnò per Gigi, al di là delle intenzioni, un vero e proprio tornante nella fuoriuscita di don Giuseppe da quello “stato di rimozione” in cui era stato (e si era) confinato da oltre vent’anni, come aveva da poco sottolineato La rivoluzione nello Stato di G. Trotta, la prima vera e propria biografia politica di Dossetti. Pedrazzi e F. Pecci, a differenza di quasi tutti gli altri relatori del convegno, lo intuirono benissimo. Con l’eccezione di G. Baget Bozzo, che aveva sottolineato il paradosso e l’unicità del caso di una corrente politica che era uscita di scena (nel ’51) proprio quando era vincitrice, gli altri intervenuti (padre Sorge, Andreatta, De Mita, Martinazzoli, Bodrato, ecc.) avevano convenuto che si era trattato di una storia suggestiva, importante, esemplare, ispiratrice di spunti per riforme…utopistiche, ma definitivamente conclusa. Era appena caduto il comunismo reale (anche per l’effetto Woytila), Tangentopoli nessuno se la immaginava, nessuno ipotizzava la fine della DC, nessuno la voleva, neppure Gigi.

La storia ebbe invece una travolgente accelerazione e spazzò via tutto. La storia accelerava il suo corso anche per Dossetti e, ciò che più conta per noi, sorprendentemente nel giro di due anni, con uno schock per tutti noi che lo frequentavamo (che molti, io credo, non hanno ancora metabolizzato), cambiò la posizione di don Giuseppe di fronte a quei fatti storici e la percezione che tutti avevamo avuto di lui fin lì. Cambiò, e divenne ancora più difficile da comprendere, per gli “spirituali” come per i “politici”, proprio perché egli tornava ad assumere con pienezza, ad integrare pubblicamente le due “dimensioni” della sua personalità e del suo pensiero, che gli uni e gli altri avevano voluto vedere nettamente dissociate.

Qualcosa era nell’aria, secondo me, di quel mutamento ed io, lo confesso, ne ero contento. Avevo fin dall’inizio una mia idea su don Giuseppe, su quello che era stato “Pippo” e su come i due Dossetti stavano ancora saldamente insieme, nonostante le inequivoche “svolte” religiose successive al ’58. Ma con chi parlarne allora? Non era “politically correct”, né in chiesa né in piazza! Parlare di Dossetti al di là della chiave ermeneutica della netta separazione della “parola” dal “silenzio”, della politica dalla vita monastica, del nascondimento dalla pubblicità, della “parola di Dio” dalla “parola dell’uomo” era tabù. C’erano già stati i riconoscimenti pubblici dell’Archiginnasio e di Cavriago (’86) certo; soprattutto c’era già stato l’intervento Per la vita della città (’87) al Congresso Eucaristico di Bologna; c’era stato, a livello endocomunitario, anche il discorso ai giovani sulla “doppia coscienza” dei cristiani e la necessità, in assenza di ogni efficacia pubblica dei comandamenti divini, di un riferimento morale, almeno, alla Costituzione. Ma su tutto ciò, mi pare, la riflessione comunitaria latitava. Qualche giorno dopo il discorso “Per la vita della città” gli feci i complimenti. “Ti è piaciuto?!”, mi chiese un po’ stupito. “Il più bel discorso che Le ho sentito fare, e ne ho sentiti! Come una parabola: la continuazione e il completamento di Funzioni e ordinamento dello Stato moderno!” (il grande discorso teorico ai giuristi cattolici italiani, a giustificazione del suo abbandono della politica, pochi giorni dopo aver presentato le dimissioni da ogni organo del partito, nel ‘51). Si commosse, è bene che si sappia: l’unica volta, dopo il funerale di sua madre, che ho visto don Giuseppe commuoversi. “Che bella sintonia tra noi! Sai che non me l’ha detto nessuno. In verità non mi ha detto niente nessuno…!”. A me sembrò la sua nemesi: a lui, che aveva imposto il silenzio ai suoi, non diceva più niente nessuno. Lo dico con franchezza: che non avesse saltato qualche passaggio, così come in fondo – ne ero convinto – aveva fatto lasciando la politica? Il peso, la croce del cosiddetto “servizio” che aveva lasciato sulle spalle (si veda nel discorso Gli equivoci del cattolicesimo politico, del ’62) per conto della chiesa a quei poveri “dossettiani”, fino al dramma di Moro…

Che qualcosa avesse cominciato a non tornargli più, che avesse l’impressione che quel “circuito ininterrotto di connessione permanente tra la parola di Dio e la parola dell’uomo” si fosse invece interrotto o inceppato proprio nei “suoi”, secondo me è di tutta evidenza proprio in quel discorso ai giovani della comunità del giugno ’93 (comparso poi con il titolo Storia e politica: principi generali, sulla rivista “La Terra vista dalla Luna”). Alla fine di una riflessione tutta imperniata sulla questione della “doppia coscienza” cattolica e comunista (le due “chiese”) come causa del disastro italiano, un ragazzo gli pose una “domanda provocatoria”: “Monteveglio che tanto ha fatto nell’ambito liturgico e biblico, ha compiuto uno sforzo al suo interno sui problemi sociali, storici e politici da lei prima elencati?”. “No, no – fu la risposta – e poiché è no, cosa fare? Argomenti che non sono mai stati toccati: l’etica sessuale, la vita, il lavoro, la coerenza, il non accettare raccomandazioni, non concorrere a concorsi truccati. Il nostro atteggiamento è lo stesso di prima e per lo più simile a quello degli altri. Abbiamo perseverato con la Bibbia, fondamento di ogni cosa, ma siamo arrivati a un punto che è ancora insufficiente. E’ certo che in questa grande disfatta dobbiamo pensarci e stavo pensandoci, io ne sto parlando almeno da un anno. Sento che dobbiamo, almeno nella misura delle nostre possibilità, provvedere un pochino (…) Bisogna ricominciare (ricordate: “Io ricomincio da zero!”, ndr.), di fatto anche il Notiziario prende in considerazione questi problemi. Perché a parte me, che ormai sono vecchio, ma anche tra i giovani, chi pensa? Bisogna che voi vi mettiate sotto a lavorare con il pensiero e con l’azione. Non vi lasciamo alcuna eredità, se non qualche principio generico che dovrete voi riapprofondire ed esplicare”.

E ora, dopo 27 anni, ancora fra noi, chi si è rimesso a pensare oltre a Gigi?! Comunque in quel convegno del ’91 ebbe, dicevo, una intuizione delle sue, una sorta di preconizzazione. Con l’aiuto di Pecci e per RAI3regionale confezionò un servizio intitolato “Il fantasma di Rossena”: “Cosa è successo – chiedeva ad una giovane professoressa e alla sua scolaresca – oltre a Matilde di Canossa, 40 anni fa a Rossena ?”. La prof. rispondeva ammiccante: “Non so, sarà la storia del solito fantasma del castello!”. Gigi continuava: “Proprio un nido d’aquila questo castello! La prima volta che venni c’era un gran sole e si vedevano tutte le Alpi; oggi c’è la nebbia e non si vede ad un palmo dal naso. Il fantasma è ritornato. Se qualcosa è finito (il dossettismo) su questa terrazza, qualcosa è anche cominciato!”. Gigi, pur ottimista com’era, mai si sarebbe immaginato, e noi tutti con lui, che due anni dopo Dossetti avrebbe “ricominciato da zero” un’altra volta. Debbo dire che in quella circostanza giocai la mia parte. Io ho patito una grande “nostalgia”. Solo chi ha conosciuto Dossetti prima del ’72 può capire davvero quello che voglio dire. In fondo, nonostante la “svolta del ‘68”, fino a poco prima della partenza per la Terra Santa, nelle sue omelie soffiava forte l’eco, la sinfonia del mondo, di quella “comunità più vasta” cui accennava a Cavriago, di una storia più vasta e complessa, che non fosse solo quella della rivelazione cristiana in sé e per sé come descritta dalla sacra scrittura. Poi, altro che la “Scrittura sine glossa”! Era per aver sentito almeno una volta, in tutto l’ecumene cristiano, quella voce che avevamo consumato la nostra giovinezza sulle balze di Monteveglio! Cosa avrei dato, pur educato da lui alla maniera più “impolitica” possibile, per vedere, per sentire il Dossetti degli interventi conciliari, dei comizi bolognesi, dei discorsi a Palazzo d’Accursio, alla Camera e in Costituente! Con l’età che avanzava mi ero azzardato a confessargli questa persistente “nostalgia”.

Poi il 18 aprile del ’93, a Monte Sole di Marzabotto, per la dedicazione dell’oratorio (c’era anche Gigi), il giorno del referendum che vide la vittoria del sistema elettorale maggioritario, sciamate via le autorità politiche e religiose, non pago della bella giornata e della festa con cui alla fine aveva lasciato una “casa” a chi aveva lasciato tutto per seguirlo, ci chiese a bruciapelo, come se seguisse un pensiero in solitudine: “E voi cosa dite della situazione? Adesso occorre fare, organizzarsi per ben altri referendum che verranno!”. Gli obiettai, scimiottando l’osservazione di Lazzati quando nel ’45 lo pressò per introdurlo nel “campo d’Agromonte” della politica: “Non eravamo rimasti d’accordo così!”.

Nel ’92, sicuramente su impulso di Gigi, “Il Mulino” aveva pubblicato un corposo dossier intitolato “L’esperienza politica dossettiana”. Lui scrisse l’intervento “Quanto è vicina e quanto è lontana l’esperienza di Dossetti?”. E’ lì che dice la sua cosa più vera ed al contempo più ambigua: “Il mio radicale dossettismo è invece radicalmente autonomo”. La premessa lo conduceva, in quel caso più che in altri, ad un “realismo” politico divergente da quello del maestro: “Il crollo elettorale della DC dice che non si può più continuare così. Tornano in campo aut-aut analoghi a quelli indicati dal dossettismo. In Mario Segni vedo il ritorno di De Gasperi (un cattolico democratico e liberale), che vuole il possibile e il necessario oggi e che va appoggiato come Dossetti appoggiò De Gasperi tra il ’43 e il ’48 (sic!), insieme ad un certo gioco delle parti. Relativizzare i partiti come strumenti, riformare le istituzioni, costruire alleanze e convergenze. Sento vicina, la lontana Rossena”. Perché Gigi sbaglia sempre l’appuntamento politico con don Giuseppe? Perché si ostina a vedere unito ciò che unito non è e non è mai stato. Questa è l’aporia, l’equivoco ingenerato anche in lui e mai sciolto del tutto del dossettismo: “Se avessi continuato, dirà ai preti di Pordenone, avrei ingannato troppa gente”. Per questo aveva ragione P. Pombeni, nel suo intervento in quel dossier, a sottolineare che, nonostante le cose già dette su di lui, il dossettismo era “una storia ancora da scrivere”.

Cominciai a pensare che don Giuseppe era ormai “maturo”, bisognava solo trovare l’occasione giusta per “stanarlo”. Il ruolo dei preti (questa volta della diocesi di Pordenone), ancora una volta nella storia pur laicissima di Dossetti, fu decisivo. In fondo si trattava delle stesse motivazioni usate da don colombo nel ’62: abbiamo bisogno di formare una nuova classe dirigente che non sa più cosa farsene del pensiero di De Gasperi e di Toniolo. Mi chiese se stessi preparandomi un collegio elettorale da quelle parti e mi avvertì che, qualora fossi arrivato a Roma, sarebbe venuto tutte le notti a grattarmi i piedi. E poi a bruciapelo, per la prima volta in 35 anni, mi chiese: “Per chi voti?”. Risposi che mai più il mio voto sarebbe andato ad un cattolico in politica in quanto cattolico. Esclamò: “Ah sì, neppure io!”. E invece Pedrazzi, nelle conclusioni del convegno di Rossena, mentre lodava il grande sforzo, diceva, di mitezza mostrata dalla dirigenza cattolica, del rispetto, dell’affetto attorno alla complessità delle cose, si compiaceva che altri (i comunisti) si trovassero “con ideali più infranti dei nostri” e che perciò fosse un’occasione di tenuta e di forza per la DC, concludendo di non essere affatto sicuro che non ci dovesse essere più il partito cattolico. L’insegnamento di Dossetti si risolveva perciò, fin quasi al limite dell’obbligo, di volere una forte partecipazione alla politica, per evitare non il comunismo, ma una guida tecnocratica della società.

In “Dossetti a Rossena”, pubblicato su “Il Margine” del 2009, N. Apano nell’intervento “I tempi di Dossetti” indicava tre declini: dell’Ulivo (2008), del centrosinistra (?)!), di Dossetti contro De Gasperi (’51) e giudicava il libro “difficile”, per il suo “audace e acrobatico montaggio diacronico”: “Castagnetti, Pedrazzi, Villa presentano tesi autonome, ma di fatto convergenti. Occorre riprodurre il volto di Dossetti per quello che è stato: in parte un’integrazione, in parte una proposta alternativa. Insomma, un esempio singolare di discepolato cristiano di un laico italiano”. E’ il problema, l’aporia, che continua a mangiarsi la coda.

Avevo conosciuto Pedrazzi a Reggio E. nel ’69. Teneva un intervento su Dossetti che mi sembrò meno accademico e più moderno, più in sintonia con le agitazioni studentesche di quell’anno, più di altri che già avevo ascoltato, anche se con minore interesse: P. Prodi, G. Alberigo, G. Campanini. Se decisi di andare a conoscerlo al Congresso Presbiterale di Felina (RE) il 2 luglio ’69, il merito fu prevalentemente di quel discorso di Pedrazzi e della sensibilità del vescovo Baroni che mi diede un passaggio. Da allora, anche nei momenti peggiori e apparentemente più lontani, non mi allontanai mai più dai “piedi di Gamaliele”. Ritornava da un lungo viaggio in India: “E’ stato un viaggio alla ricerca della fede e della ricchezza spirituale dell’Asia. Sono stato potentemente umiliato. Ho patito le più grandi e più concrete e più profonde umiliazioni spirituali della mia vita. Ho visto come sia piccola l’Europa, quasi inconsistente l’intero Occidente e come grande sia la nostra superbia. Tutti i nostri problemi sono quasi niente. E’ un mistero grande quello per cui Dio abbia disposto la diffusione del cristianesimo in Occidente. Perché le vie di Dio non sono quelle degli uomini. E per distanziare la trascendenza rispetto alle più alte vette spirituali raggiungibili. I poli dell’esistenza sono due: l’Oriente spirituale e l’Occidente costruttivo. Può darsi che ad un certo momento le carte si mescolino. Ce ne sono dei segni. L’Asia è il continente di domani. Sono sempre più convinto che le nostre discussioni finiscono ad una sola, che passa all’interno di tutti noi: tra chi attribuisce o no il primato alle attività spirituali fondamentali. (…) L’essenza del sacerdozio sta nell’essere il prete uomo dello spirito, non delle esperienze, perché solo la fede produce una vera esperienza nella chiesa. Se il prete vive nelle esperienze è semplicemente l’ultimo dei rimorchiati, delle retroguardie. (ricordate quello che diceva sui cristiani epigoni di certo storicismo? : “code, gente che viene dopo”, ndr.). Dunque c’è una spaccatura, una lotta e una contraddizione che portiamo dentro di noi, tra il polo dello spirito, della fede, e il polo della costruzione dal basso dell’esperienza umana, a sua volta sempre più inevitabilmente fondata sul dato dell’esperienza sensibile. Il giorno in cui mi accorgessi di avere torto su questa premessa, non esiterei un istante a lasciare il mio sacerdozio e il mio battesimo. Il prete deve essere un capo cordata nelle vie dello spirito. Come prete, se no, non capisco cosa ci stia a fare; se no, ritrovo nelle teologie della rivoluzione semplicemente un nuovo clericalismo, un mettersi al servizio di opere umane con la presunzione di esercitare una funzione di supplenza rispetto a ciò che altri dovrebbero esercitare. C’è da dire molto sul neoclericalismo, lasciatelo dire a chi per 45 anni è stato laico: sento puzza di prete nel senso non buono della parola, di pretume, di clericalismo in tutte queste posizioni che sono un’abdicazione della nostra unica funzione propria, che ci giustifica”.

La piccola (ma non del tutto insignificante, forse) storia di un ragazzo del ’68, che ascolta Pedrazzi parlare di Dossetti, ascolta Dossetti parlare in modo direi più filosofico che strettamente teologico dei preti al suo ritorno dall’Asia e dall’India dei “guru” allora di moda, e si decide infine, figlio di “mangiapreti”, ad andarlo a conoscere personalmente la notte di Natale del ’69, come uomo dell’esperienza spirituale e liturgica, a Monteveglio. Diceva nell’omelia: “Cesare Augusto ha disposto per decreto il censimento dei suoi sudditi, per contare e così meglio governare i suoi popoli. Giuseppe e Maria, uomini poveri e incolti, si mettono in viaggio per Betlemme per sottoporsi alla conta. Non sanno che, così facendo, partecipano in modo decisivo al disegno del Padre di liberare ogni uomo di ogni tempo da ogni potere”.

A Monteveglio, quasi ogni domenica fino al ‘72, incontravo anche Gigi e l’Ada. Mi parve perfettamente “integrato” in quell’ambiente, strenuo sostenitore della nuova “linea” che don Giuseppe aveva impresso alla propria esperienza. Fu proprio nel ’72 che mi resi conto pienamente che Pedrazzi era un intellettuale di un certo peso nel mondo cattolico. In prossimità delle elezioni politiche il settimanale “Panorama” uscì con una clamorosa “intervista”, a firma di Paolo Glisenti (figlio di Pino, grande amico di Dossetti e direttore della rivista della corrente dossettiana nella DC “Cronache Sociali”) intitolata “Non sono mai stato democristiano”. A me parve “autentica”, perfettamente coerente con l’idea che fino ad allora mi ero fatto di Dossetti e, soprattutto, con ciò che da lui avevo sentito e cominciato ad imparare della sua vicenda e della sua visione delle cose. Sul “Mulino” Pedrazzi scrisse “L’apocrifo e il samizdat”: “Il dossettismo è finito – diceva in buona sostanza – sepolto da 20 anni. E’ culturalmente impossibile attribuire la pubblicazione di “Panorama” a Dossetti, in periodo preelettorale, prima della partenza per Gerico. Questo è uno pseudo-dossetti. Dossetti era già allora estraneo alla DC e la sua intensità religiosa odierna rende impraticabili le vie della politica. (…) L’unica possibilità che resta è l’idea del servizio (quante ipocrisie dietro questa parola). Una responsabilità pubblica nella consapevolezza che il potere è una necessità e una responsabilità, ma che la sua natura è terribile e corrompente. Il permanere del mito dossettiano è un segno di mediocrità politica, di velleitaria nostalgia. Si tratta di un documento che annullerebbe il senso dell’esperienza religiosa che Dossetti sta compiendo. Oltretutto, dicono i borghesi scandalizzati, se Dossetti non smentisce è un cialtrone!”.

Io non ero d’accordo: mi sembrò che Gigi in quell’occasione fosse, per così dire, più “papista” del papa. A. Del Noce in un saggio di qualche mese dopo sulla rivista “Idea”, intitolato “Nuovi compiti dei cattolici”, commentava: “E’ recente l’intervista che fu pubblicata il 13 aprile su Panorama, alla vigilia di un’importante tornata elettorale. Qualcuno sul Mulino ha detto che si tratta di “Riflessioni di un apocrifo contemporaneo: lo Pseudodossetti”. Si è detto che era apocrifo, ma come Dossetti non avrebbe protestato? O che diceva cose già note, ma dopotutto, a chi? La verità è che la sua importanza e la sua novità stanno in una frase: “In Italia non c’è più nulla da fare, tutte le forze politiche sono inadeguate, incluso il partito dei cattolici, perché subordinato ad un pensiero che non è cattolico. E ciò non viene detto nei riguardi del solo De Gasperi, ma in quello dei cattolici di sinistra che pretendono continuare l’insegnamento di Dossetti e andar oltre”.

Per sottolineare l’improbabilità dell’intervista e mostrare il “vero” Dossetti, Pedrazzi allegava una sua recente lettera (alla maniera dei “samizdat”, gli scritti che nei regimi di comunismo reale allora si volevano far circolare in modo non ufficiale) ad un confratello del Consiglio Presbiterale di Bologna, con la quale l’ex provicario generale della diocesi rifiutava l’elezione nell’organo di autogoverno dei preti: “Il mio realismo e la mia lucidità – diceva – è maggiore della vostra: finché ho saputo e potuto dire qualcosa sul piano di una certa elaborazione culturale e su certe prestazioni operative mi sono speso senza riserve (…). Vicino ai 60 anni ritengo che il mio compito e possibilità siano finiti. E’ iniziata l’ultima parte della mia vita, al di fuori di ogni dialettica, esclusivamente sul piano di certi valori supremi e unificanti per tutti. Non c’è più spazio per battute d’arresto, per ritorni indietro”.

Un Pedrazzi “fedele alla linea”, insomma, che in prefazione faceva il pelo persino a quell’innocuo quanto bel libro di G. Donati, Le Omelie di Dossetti, (quelle dal ’68 al ’71), pubblicato dal “Mulino” nel ’75: “Temetti un’iniziativa sensazionalistica, non ne fui per nulla contento. Io sono amico di don Dossetti e volevo evitare, se possibile, equivoci e interpretazioni pregiudicate da attese eccessive. Il libro, invece, non è in alcun modo una storia del dossettismo, non di quello politico né di quello religioso. Non presume la ricostruzione di complesse esperienze, non facilmente sondabili, attraverso le quali si sono formate la mentalità e la personalità di Dossetti (…). L’indagine finisce per solidificarsi forse un po’ più di quel che a Dossetti sarebbe piaciuto, tant’è vero che le liturgie si interruppero”.

Nella primavera del ’76, dopo l’esperienza non certo felice per lui del quotidiano “Il Foglio”, condiretto con E. Gorrieri dal giugno all’ottobre del ’75, senza l’appoggio di nessuno, neppure di Moro e Donat Cattin, e dopo la campagna per il referendum sul divorzio con i “Cattolici per il NO”, ci ritrovammo a Gerico…400 e passa metri sotto il mare. Ero là da dicembre e don Giuseppe mi fece portare giù tutto quello che avevo trovato sulla recente tragica morte di Pasolini. Gigi lo riconosce, sulla questione del divorzio si prese una tirata d’orecchie terribile: “Poveri sciocchi! Come avete potuto commettere un simile errore, al rimorchio (ricordate le “code”, gli “epigoni”?, ndr.), credendo di aver ottenuto chissà quale risultato, subalterni di una modernizzante annullabilità?! Pasolini l’aveva capito bene: “Solo una destra nazionale, omologata, espressione di una società secolarizzata potrà essere più forte di questa DC in declino”.

Dove sta la relazione fra il “realismo” di Dossetti e il “possibilismo” di Pedrazzi? Paiono posizioni incommensurabili, avverte Berselli. Andammo a Massada, un’altra nostra bellissima giornata di sole, immersi nella storia del mondo e della fede. Poi, a distanza di qualche giorno, tornammo in Italia. Il 30 aprile don Giuseppe detta al magnetofono: “Tutta la notte ho dettato, finché me l’ha consentito Roberto. Caldo, fino a 38°. Chi ne ha sofferto di più è Nicola, anche per le zanzare e i papatacci. Non è riuscito a dormire, si è preso il mal di gola e ha avuto qualche lieneetta e l’abbiamo trattenuto in casa. Nicola mi ha accompagnato in Posta, per una telefonata di (qualcuno, ndr.) dall’Italia con l’aria di chiedere un parere decisivo sulla candidatura come indipendenti di sinistra con voti garantiti del PCI. (…) Ho detto che la cosa si doveva valutare in base a molti elementi, soprattutto il messaggio da proporre agli elettori. Ho raccomandato una sola cosa: che il discorso fosse il meno teologico possibile e fosse, invece, specialmente in ordine alle cose più oggettive (il “realismo”, ndr.) e cioè della politica economica, sociale ed estera. Sulla questione della legittimità della scelta per un fedele figlio della Chiesa, non è il caso di raccogliere le contestazioni con delle motivazioni di carattere teologico o ecclesiologico, il discorso deve essere politico. (…) E che il difetto del discorso della campagna per il referendum era stato troppo teologizzato. Accettare la candidatura significa ovviamente ridurre la propria libertà d’azione e anche la propria credibilità all’interno della chiesa come tale e dei problemi ecclesiali come tali. Questo si era dato anche per me. (…) Mi sarebbero piaciute di più posizioni più chiare e radicali: un’adesione più sostanziale alle liste del PCI, piuttosto che qualcosa che volesse ancora salvare la fisionomia di cattolico e un richiamo al passato. Voler richiamare in rapporto ai contenuti concreti una certa qualifica di cattolici che si perpetuasse oltre una situazione che ormai deve essere considerata sia sulla destra sia sulla sinistra conclusa. (…) Può darsi che qualcuno colleghi le persone e le cose con una scuderia, per così dire, e quindi di nuovo con il mio nome, ma non penso che sia una cosa sulla quale si insisterà troppo, soprattutto se non ci commetteranno da parte degli interessati delle inconcludenze o delle indelicatezze che mi coinvolgano”. L’interlocutore non parve a don Giuseppe molto contento del parere. Intanto, non ci crederete, fuori a Gerico, in pieno deserto, a fine aprile nevicava! Il Primo Maggio arrivavo a Roma in una splendida giornata di sole e andavo a trovare Renato Nicolai, vero e proprio intellettuale gramsciano, autore per mandato di Togliatti de “Il sindaco e la sua città” (Dozza), il contraltare del “Libro bianco per Bologna” del ’56. Un certo circuito di quella “parola”, di Dio o dell’uomo che fosse, a me sembrava si stesse compiendo.

Mancava ancora un tassello, da parte di quell’esule di Gerico (come lo chiamava il grande A. C. Jemolo), una noticina “a margine” che avrebbe continuato ad avere un significato di non poco rilievo in merito all’impegno pubblico dei cattolici nei successivi…40 anni. Nell’80, in un discorso peraltro incompleto in merito alla “rilevanza politica dei consigli evangelici”(!) osserva: “In Italia c’è una classe politica, un sistema (quelli cattolici) con una pretesa di permanenza che dura ormai da 35anni. Tutto pensato pragmaticamente, ma come se fosse destinato a durare sempre. I problemi di carattere teorico, teologico, speculativo vengono posti in questi termini: il servizio politico dei cattolici come qualcosa che è immaginato sotto la specie della continuità (che diventa una posizione persino teologica in certi movimenti). Questa presunzione che non si danno prove contrarie, investe le persone, il sistema, il partito, il rapporto partito e chiesa, il modo di pensare il rapporto tra servizio politico, supposto che si debba parlare così, e l’essere cristiano. Si tratta di un gravissimo errore teorico (sembra il discorso del ’57 a Bologna, ndr.), che il Signore possa volere questo, con un’investitura quasi di diritto divino. La verità: può essere che in determinati momenti il cristiano debba anche adempiere ad un certo servizio politico, che alcuni cristiani o molti, secondo le situazioni, i paese, ecc., possano doverlo fare, ma mai pensato come una cosa che gli competa irrevocabilmente, per una vocazione pensata in termini trascendenti a dover essere presenti. Come se il contrario fosse un cristianesimo incompleto e non perfettamente realizzato. Questo modo di concepire non corrisponde per nulla: nessuna investitura divina e nessuna esigenza intrinseca del cristianesimo. Far fare un’operazione in un determinato momento e congedare. Questo è il cristianesimo, semplicemente, ed è l’unico modo corretto di pensare la politica dal punto di vista cristiano. Noi ci troviamo in posizioni tanto diverse da quelle di persone che ci sono vicine nella comunione di fede (liturgia: eucaristia e bibbia), ma rispetto alle quali certamente su questo punto non siamo d’accordo. La verità cristiana è in tutto un’avventura spirituale in alcun modo schematizzabile e proiettabile in una permanenza immobile. Non è per manicheismo o perché il potere sporca o perché non ci si voglia sporcare le mani. Io su questo non sono mai stato d’accordo con La Pira, che in fondo viveva questa cosa, anche lui, con questo segno di permanenza. (…). In certi momenti il valore, il servizio, è di non dare valore, di non rendere un servizio a certe cose. Non c’è più la possibilità di pensare a situazioni in cui i cattolici possano avere non dico la maggioranza, ma un peso determinante nella formazione del pensiero politico. Siamo alla fine di tutte le fini. Non possiamo più richiamarci a niente del passato, della cosiddetta civiltà cristiana (cfr. discorso ai preti di Pordenone, ndr.) (…) che i cattolici possano ancora fare in qualche modo una politica in qualche modo da loro connotata: nemmeno nella Repubblica di S. Marino! (Realismo per realismo: in consiglio comunale a Bologna il 14. 10. ’57 fa un intervento su ipotetiche “minacce per l’indipendenza di S. Marino”!)

Nella postilla di “Resistenza cattolica”, intitolata “La lezione di Dossetti”, “per indicare le linee di una resistenza compiutamente cattolica a fronte degli aspetti più pericolosi del mondo contemporaneo, sulle orme di Dossetti, per indurre una suggestione di novità”, Pedrazzi con la sua ultima aporia invita il suo “giovane” interlocutore a “non dirsi dossettiano né in Chiesa né nella Repubblica”. Si domanda: “Propongo questo per dissimulazione opportunistica?”. Non è una domanda retorica: Gigi aveva studiato dai Gesuiti, o si sposava o diventava gesuita…Ha bene in mente – Croce a palazzo Filomarino non può non avergliene parlato, il trattato Torquato Accetto “De dissimulatione honesta” e le relative polemiche gesuitiche. “Nel 2005, dobbiamo riconoscerlo, il tempo di Dossetti è passato. Dei pensieri più convinti di Dossetti fa parte l’idea che sia pericoloso fidarsi troppo, in ogni caso, di ciò che è stato fatto e voluto. Non c’è in lui nessuna idolatria del passato. Il dossettismo politico – ora è cosa di evidenza assoluta – è stato essenzialmente l’azione personale in politica di Dossetti. (…) C’è una sproporzione fra il pensiero e il fare di Dossetti. Il fare non era consentito. Che senso politico potrebbe avere, oggi, dirsi dossettiani stabilendo un legame ideale con obiettivi che risultano a Dossetti stesso non perseguibili allora? La situazione è evoluta, anzi arretrata. Dirsi dossettiani sarebbe velleitario e confusionario, oltre che del tutto controproducente per chi la volesse, ingenuamente, assumere in proprio. In politica la nostalgia è un errore, un limite”.

“Eppure – carissimo Gigi – se si vuole bene a Dossetti e si cerca una fedeltà concreta alla sua lezione”, io continuo a sperare che altri giovani come siamo stati noi, per altre 4 generazioni almeno, continuino con la stessa nostra nostalgia a dirsi “dossettiani” e si accontentino, al di là di improbabili “aggiornamenti”, di conoscere almeno il suo pensiero e la sua straordinaria “avventura”. Anche tu, nel tuo cuore, in fondo non desideravi altro che questo.

Sovere 2017, Roberto Villa

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