Dopo Barcellona. Per riflettere…

Dopo gli attacchi terroristici di giovedì 17 agosto sulla Rambla a Barcellona, pubblichiamo una breve riflessione di Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata e profondo conoscitore del mondo islamico.  La radicalizzazione è certamente un problema complesso ma la sfida per il nostro presente e per il futuro delle nuove generazioni, è ancora una sola: lavorare sulla formazione/educazione religiosa e sul  valore del multiculturalismo come fattori determinanti per favorire  una vita “armonica” in una comunità fatta di “altri” diversì da se, e questo lo possono fare solo i fratelli musulmani.

 

Lavoro da anni in carcere a stretto contatto con decine di detenuti musulmani. Per definizione un ambiente a rischio, altrimenti detto un brodo di coltura. Conosco bene i discorsi che si fanno sull’intelligence, sull’affinamento delle attività investigative. Ci vogliono, anche se so che i ragazzi non sono stupidi, capiscono al volo come li si controlla, con quali parametri. A mimetizzarsi ci vuol poco. Ti calcolano la lunghezza della barba? Quanto hai accorciato i pantaloni? Quanto stai in cella a leggere il Corano? Di cosa parli all’aria? Bene: ti sbarbi, scuci l’orlo dei jeans fin sotto le scarpe, in cella stai incollato al Grande Fratello e bestemmi in corridoio. L’intelligence ci vuole, ma la vera soluzione del problema a mio avviso sta altrove, sta in un lavoro educativo che orienti a un recupero della propria religione compatibile con la vita armonica in una comunità fatta di “diversi da sé”. E qui siete voi, amici musulmani che siete anzitutto cittadini italiani ed europei, e poi musulmani di nascita o conversione, a giocare un ruolo decisivo. Si tratta di ripensare al modo d’insegnare la religione, e poi provarci, a casa, in moschea, in iniziative tutte da inventare.

 

Non è una faccenda di pochi slogan. Faccio un esempio per spiegarmi: ho dedicato parte dell’estate a leggere tutti e 22 i volumi del nuovo programma di religione per le scuole pubbliche e private della Giordania, dalla prima elementare alla Maturità, che lì si chiama Tawjih. Corso appena varato dal Ministero dell’Istruzione del Regno hashemita, e si capisce al volo perché: si parla senza mezzi termini di Daesh, al-Qaida, di terrorismo islamico, nomi e cognomi. Il messaggio vuole essere chiaro come il sole: il vero islam non ha nulla a che vedere con tutto questo. Magnifico! Ma se al di là di queste affermazioni assolutamente condivisibili uno va ad analizzare con un po’ d’attenzione l’intero canovaccio del programma, non può che arrendersi a un’altra evidenza: il tipo di personalità religiosa elaborata da questo programma rimane angusto, auto-referenziale, prigioniero nel fortino del dogma e di una visione del mondo che impedisce di fatto d’integrare il “diverso da sé”, persino quando questo “diverso” è un musulmano, sciita per esempio. Le affermazioni tonanti contro il radicalismo foriero di terrore rischiano allora di non fare alcuna presa sulle coscienze, la cui formazione complessiva va tutta in un’altra direzione. È su questa formazione/educazione religiosa che si tratta dunque di lavorare. E gli italiani-europei, che per fede sono musulmani, di nascita o conversione, possono giocare un ruolo davvero decisivo, per nulla schiacciato sulla firma di un appello qualunque o la partecipazione a una fiaccolata e coda in talk-show di seconda serata.

 

Ovviamente il problema della radicalizzazione religiosa non sta tutto qui, lungi da me la tentazione di semplificare, che pervade in un senso o nell’altro la gran parte della comunicazione di questi giorni. Ci sono tanti altri fattori: il controllo delle fonti energetiche, le mafie della droga e delle armi, le trame dei servizi segreti, e soprattutto la sete di giustizia sociale di tanti giovani sfruttati ed espulsi dal tritacarne dell’economia globale. Sconsiglio però di mescolare i problemi a un punto tale da farne una matassa inestricabile. Perché quello è un approccio paralizzante e disperante. Lo sforzo invece di distinguere in modo chiaro singole “piste” e provare a lavorare in modo costruttivo su ognuna di esse fa parte di un sano metodo di lavoro, dà lucidità mentale e contribuisce anche restituirci una certa serenità nel rapporto con un mondo la cui complessità è, per l’appunto, uno dei motivi delle nostre paure profonde.

Ignazio De Francesco

 

 

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