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Luciano Conti

Sono trascorsi 70 anni, dall’alba del 29 settembre al tramonto del 5 ottobre 1944 , ma luoghi, circostanze e ciò che ho visto e vissuto, nel ricordo di quanto è accaduto in quella settimana di follia umana, e anche dopo, mi è rimasto un lucido ricordo. Questa mia esternazione di testimonianza si inserisce nella storia prima di bambino ignaro, come se fosse un terribile gioco e poi di adulto della terribile realtà vissuta; avevo l’età di 9 anni e qualche mese essendo nato il 2 giugno 1935; il ricordo di quanto stava succedendo e che oggi ne sono un testimone oculare, mi si è inconsciamente impresso nella mente ed ad ogni anniversario rivivo quella tragedia e mi ritornano davanti agli occhi i miei coetanei di scuola e di giochi, attorno alla Chiesa di Salvaro, i quali purtroppo sono caduti nella strage assieme ai loro famigliari; ricordo come si animava il piazzale della Chiesa alla domenica per la frequenza alla Messa domenicale.
Quel mattino del 29 settembre 1944, non era ancora l’alba, quando le truppe delle SS del 16° reparto corazzato della divisione Reich Fuhrer, comandato dal maggiore Walter Reder con un tempo piovoso e nebbioso passarono nella strada che costeggiava l’abitazione del fratello e della sorella di mia madre, la Serra di Sopra di Salvaro, dove ero sfollato dal paese Pioppe di Salvaro; dalla strada che da Pioppe risale verso il Monte Salvaro stavano risalendo, a passo di marcia cadenzato, per accerchiare le zone segnate su una carta geografica con estrema precisione, indicando casolare per casolare, iniziando così un sistematico rastrellamento di uomini, donne , bambini di ogni età e anziani, con l’ordine di fare terra bruciata e quindi di uccidere chiunque incontrassero sul loro cammino, perché ritenuti famigliari e soprattutto collaboratori dei partigiani.
La fortuna della mia famiglia e degli abitanti della Serra di Sopra fu che per un centinaio di metri non eravamo segnati in quella mappa, stilata da spie al servizio delle SS con tanta precisione di casolari da distruggere e numero di abitanti.
Ancora nitido è il ricordo dell’incontro che facemmo io, perché febbricitante, in braccio a mia madre e la zia Vittoria (Anna) con le SS rientrando a casa alla Serra di Sopra dalla Chiesa di Salvaro dove tutte le famiglie si erano rifugiate, ritenendolo il luogo più sicuro. Era verso le prime ore del pomeriggio; a strage già compiuta, i carnefici rientravano nelle loro sedi avendo razziato tutto ciò che potevano; avevano con loro, prigionieri, i due sacerdoti, Don Elia Comini e Padre Martino Cappelli, carichi come muli di munizioni ed altro, questi erano partiti dalla canonica della Chiesa di Salvaro per portare conforto ed eventualmente salvare gli abitanti dei casolari dalla mattanza in atto, cosa che costò anche a loro la vita perché li accusarono di essere dei partigiani vestiti da religiosi. La loro sorte si compì nella “ Botte” del Canapificio di Pioppe di Salvero con altri 42 uomini, la cui colpa era solo quella di essere stati catturati dalle SS. (Breve inciso:- La “Botte”, così chiamata è un invaso che raccoglie ancora oggi le acque del fiume Reno attraverso un canale, alimentando le turbine di una centrale elettrica al servizio prima del Canapificio chiuso già dopo il conflitto dell’ultima guerra mondiale e ora trasformato in altre attività).
L’incontro con i due religiosi fu abbastanza drammatico, perché come ci videro, in particolare modo Don Elia, il quale benevolmente sgridò mia mamma e la zia, perché ci eravamo avventurati in strada in un momento così pericoloso, in quel medesimo tempo comparve Reder, il quale venne ad accertarsi che cosa stava portando mia madre in braccio e quando vide che ero io, sollevando la copertina di lana, in un italiano storpiato disse “ niente bono” e fece un cenno di allontanarci in fretta, cosa che mia madre e la zia non se lo fecero ripetere due volte, infatti essendo vicini all’abitazione rientrammo subito in casa.
Dopo il ritiro delle SS e quando sembrava che ormai il peggio fosse passato, nella borgata di Serra di Sopra, abitata da una ventina di persone tra bambini e adulti, si insediò l’esercito regolare della Wermacht, in ritirata dalle sconfitte e perdite gravi di uomini negli scontri di Monte Cassino e sul monte di Salvaro; la circostanza fortunata dell’esclusione dall’eccidio per circa un centinaio di metri programmata sulla fatidica carta geografica, risparmiandoci da morte sicura e dalla distruzione.
Il borgo della Serra di Sopra costituì anche un valido riparo per l’insediamento dell’esercito dovuto alla sua ubicazione, infatti oltre a diventare sede del comando sopra al tetto fu verniciata una vistosa croce rossa in campo bianco, costituendo in tal modo un ospedale militare di ponto soccorso.
Il fermarsi della Wermacht non cambiò di molto la situazione, perché aumentarono i rischi dovuti ai continui cannoneggiamenti prima da parte degli alleati e poi, dopo da parte dei tedeschi, quando si ritirarono oltre il fiume Reno.
Infatti due sono le circostanze sempre con esito fortunato accadute prima della fuga verso le zone liberate dalle truppe alleate; circostanze le quali rientrano nel ricordo, situazioni che la fortuna ancora una volta è stata dalla mia parte e oggi non avrei sicuramente potuto raccontare.
Questi episodi accaddero nei giorni dei mesi di ottobre e novembre dopo l’eccidio.
Il primo si verificò nel periodo dell’insediamento dell’ esercito tedesco, allorchè un giovane polacco inserito nella Wermacht scomparve per alcune ore; il comando, credendo che fosse opera degli abitanti, fece uscire tutti nel cortile dell’abitato, fummo schierati davanti al muro dell’ abitazione, eravamo circa una ventina di persone, di fronte ad una mitraglia pronta con un milite pronto a premere il grilletto, come si suole dire, aspettando solo l’ordine di far fuoco, ordine che per fortuna non arrivò mai in quei lunghi minuti di attesa, infatti mio zio nascosto dietro al forno dove si cuoceva il pane fatto in casa e sapendo per caso dove poteva essere il giovane militare polacco, accorse e trovatolo in una grotta adibita a rifugio, lo informò di quanto stava accadendo e lo indusse a presentarsi al comando tedesco; al suo apparire tolsero la mitraglia e ci lasciarono liberi .
Il secondo episodio fortunato si presentò quando rimanemmo in quella zona detta terra di nessuno, cioè quello spazio che non era occupato ne dai tedeschi ne dagli alleati. Infatti ogni giorno ad ore quasi determinate quel tratto di spazio era oggetto di cannoneggiamento, ma mentre il cannoneggiamento alleato non riusciva a colpire la nostra abitazione, con il ritiro dei tedeschi da parte loro riuscivano a colpire le nostre abitazioni.
Gli avvenimenti ci costrinsero fuggire e fu così, che dopo questi pericoli scampati fortunosamente, mia madre e la zia Vittoria (Anna comunemente chiamata) decisero, in un momento di calma apparente e di nascosto, di attraversare la zona di guerra del monte di Salvaro; la fuga verso le zone sotto la tutela degli alleati avvenne durante la notte e nelle prime ore del mattino per raggiungere il comune di Grizzana liberato dopo la cruenta battaglia dei reparti alleati brasiliani con i tedeschi sul monte di Stanco e nella frazione di Stanco del comune di Grizzana, trovammo un primo ricovero, che purtroppo durò poco, infatti all’antivigilia di Natale del 1944, un cannoneggiamento da parte dei tedeschi, i quali controllavano le mosse degli alleati dalle loro postazioni poste oltre il fiume Reno; noi sempre assistiti da una fortuna direi sfacciata anche in questo caso, venimmo centrati da due obici, caddero sulla casa dove eravamo sfollati e non esplosero, dovemmo quindi fuggire di nuovo verso Monteacuto Vallese e in questo luogo rimanemmo fino al rientro a casa, finalmente realizzato nei primi giorni del mese di maggio del 1945.
La fuga verso le zone occupate dagli alleati, ci costrinse a sostare nella notte alla località Creda, dove le SS avevano uccisi gli abitanti e gli sfollati, circa settanta le persone massacrate parte nella stalla e parte nel fienile, ho visto coi miei occhi gli uccisi, caduti uno sopra l’altro, qui debbo dissentire come riportato da altri, infatti pur avendo poco più di nove anni e come bambino non considerando i pericoli visitai dalla stalla (oggi non esiste più perché l’hanno ristrutturata in abitazione)il fienile dove vi erano la maggior parte delle persone uccise, cadute una sopra l’altra.
Queste circostanze così tragiche e dolorose nella mia mente non sono mai state dimenticate; per tanti anni sono rimasti un intimo ricordo e del quale, pur nella sofferenza negli anniversari deil’eccidio, ho sempre avuto il timore di parlarne ai conoscenti e anche nell’ambito famigliare; dico ho, perché , come spesso accade, le vicende della vita ti portano poi a darne testimonianza.
Una prima occasione si presentò quando il maggiore Walter Reder chiese di essere perdonato per quanto aveva commesso essendo comandante dei reparti che eseguirono l’eccidio conosciuto col nome di “Eccidio di Marzabotto”, per convenienza più geografica che storica in quanto i comuni maggiormente coinvolti sono tre : Marzabotto, Grizzana, Monzuno.
Una seconda occasione fu dopo tanti anni dall’eccidio negli anni 1999 – 2004 nei quali ho assunsi l’incarico di Vicesindaco nella cittadina di Lendinara dove, sono residente dal 1984 per motivi di lavoro.
Il processo di coloro che furono i principali esecutori di tali misfatti e il sorgere dell’associazione dei famigliari delle vittime quali testimoni per avere giustizia dei tragici fatti e far conoscere alle generazioni future “per non dimenticare”, ma soprattutto perché non si ripetano simili tragedie, mi spinse a raccontare ciò che per me era un intimo segreto.
Altra occasione che mi indusse a scrivere una sintesi di quella tragica esperienza per darne testimonianza, si presentò quando ebbi in mano le testimonianze riportate nel libro “I bambini del ‘44” di Anna Rosa Nannetti, nel quale ho rivisto le foto di miei coetanei, la mia testimonianza è molto più tardiva perché ero assente da Pioppe di Salvaro per motivi di lavoro dal 1970.
In Lendinara è stata da tempo instaurata la tradizione scolastica ( prima con le classi IV e V dell’Istituto Superiore per Ragionieri, ora anche per le classi maggiori della Scuola Statale Media) di portare gli alunni ogni anno a visitare luoghi dove si sono svolti fatti riguardanti queste tragedie umane del secolo scorso.
Nella mia funzione politica-amministrativa come Vicesindaco portai quindi gli alunni delle scuole sui pendii dei miei appennini tosco-emiliani dove si è consumato la tragedia detta “ Eccidio di Marzabotto “ e fu in queste occasioni che seppero della mia provenienza dalle zone dell’eccidio, anche perché raccontavo fatti e cose vissute con particolari, i quali neppure i professori conoscevano ed anche perché incontravo persone conoscenti, le quali mi fermavano per parlare degli anni della mia gioventù trascorsa in quei luoghi, lasciati dopo la laurea in chimica per recarmi a lavorare in quel di Milano. La meraviglia degli alunni comunque derivava dal fatto che non ne avessi mai fatto cenno prima. Tanti sono gli anni passati da quei terribili giorni vissuti, apparentemente oggi come un mero ricordo e che il tempo avrebbe dovuto lenire o sfumare , ma purtroppo non è così; infatti come dicevo all’inizio di questa sintetica testimonianza dove tanti altri avvenimenti di quel periodo ho volutamente trascurare per non essere prolisso; debbo comunque raccontare come il subcosciente della mente dopo tanti anni non dimentichi; infatti nel 2008 ho subito un intervento al cuore con l’inserimento di n° tre baipas, circostanza nella quale la situazione era data molto critica, tanto che dopo l’intervento sono rimasto in coma per otto giorni, in quel lasso di tempo ho riveduto e rivissuto tutto quello che nella mia infanzia ho visto e vissuto, anche in questa circostanza al mio risveglio, tornato a casa non ne ho parlato subito, perché pensavo che mi ritenessero un visionario; solo dopo aver sentito il racconto di una signora, la quale parlava di visioni durante una circostanza simile alla mia, ho avuto il coraggio di parlarne, prima in famiglia e poi in altre occasioni.

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